Sono lieto e onorato di essere presente per la seconda volta all'incontro dei Giovani Imprenditori, per rendere omaggio alla vostra creatività e al vostro genio, e ancor di più per condividere la tesi fondamentale che sottende al vostro convenire: e, cioè la nuova alleanza tra l'economia e l'uomo. Sono anch'io convinto che, grazie alla ineludibile considerazione del "fattore uomo" come risorsa sorgiva di ogni azienda nella visione avanzata del «capitalismo personale», il XXI secolo sarà "il tempo della conciliazione tra Economia e uomo".
Giustamente è stato citato il Concilio Vaticano II nel profetico documento "Gaudium et spes" (La Chiesa e il mondo contemporaneo, n. 63).
«Anche nella vita economico-sociale occorre onorare e promuovere la dignità della persona umana e la sua vocazione integrale e il bene di tutta la società. L'uomo infatti è l'autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale». Dare il giusto e dovuto peso alle ragioni proprie dell'economia non significa rifiutare come irrazionale ogni considerazione di ordine metaeconomico, proprio perché il fine dell'economia non sta nell'economia stessa, bensì nella sua destinazione umana e sociale.
Economia e antropologia
In definitiva, la prospettiva ideale di un'economia sociale proposta dai pontefici è governata dall'antropologia, ossia da una visione globale dell'uomo. Mi piace rileggere un bel passo di Giovanni Paolo II pronunciato a Genova nell'incontro con il mondo del lavoro: «In tutte le questioni concernenti il lavoro, in tutti i tentativi di soluzione, i processi di trasformazione economica e sociale, di riconversione industriale, di ristrutturazione aziendale, in tutte le nuove applicazioni e le nuove esperienze compiute per accelerare e aumentare il ciclo della produzione e della distribuzione dei beni, il centro di attenzione, il soggetto, il fine a cui si mira è e deve essere l'uomo nella sua integrale dimensione fisica, psicologica, spirituale, familiare, sociale, culturale.
Questo principio-chiave intendo ribadire dinanzi a voi, carissimi lavoratori genovesi, nel cuore di questi complessi industriali, portuali e commerciali, che noi tutti desideriamo sentir pulsare sempre più di nuova vita.
Guardare alle ragioni dell'uomo oltre che alle strutture e ai sistemi organizzativi che hanno lo scopo di servirlo, non di scoraggiarlo. Guardare all'uomo, nel quale risplende, ben più che nei beni materiali e nelle macchine, l'Immagine di Dio: ecco di che si tratta!» (dal discorso di Giovanni Paolo II a Genova, 21 settembre 1985).
L'umanesimo integrale richiede il rifiuto sia di economie a somma zero o assistenzialistiche, che non valorizzano la libertà e la responsabilità delle persone, sia di economie liberiste o neoliberiste, che sottendono un concetto errato di libertà, quasi che questa debba legarsi solo a punti di vista individualistici o materialistici, obliando i valori della solidarietà e del bene comune, che a loro modo sono un prerequisito dell'efficienza economica.
L'economia sociale, secondo i pontefici, proprio per strutturarsi in maniera più omogenea alla visione antropologica che la guida, dovrebbe realizzare un capitalismo - da intendersi, ovviamente, come indicazione di una prospettiva e non di un sistema concreto - democratico popolare, ossia un ambiente della libertà economica che non è oligopolista, ma che ospita il maggior numero possibile di soggetti, consentendo loro di accedere all'imprenditorialità e alla creatività, favorendo una sana concorrenza all'interno di un chiaro quadro normativo.
Non a caso, la Dottrina Sociale della Chiesa (=DSC) vuole tutti proprietari di alcunché. Mentre propone il pluralismo delle forme di proprietà, guardando con un occhio di simpatia soprattutto alle piccole e medie imprese, alla proprietà sociale, sollecita verso un ordinamento che permetta a tutti i lavoratori una partecipazione adeguata al patrimonio produttivo delle aziende, in modo tale che anche la cogestione e la corresponsabilità aziendali vengano attivamente promosse, e completate.
Non a caso, la DSC propone che, accanto allo Stato e al mercato, emergano in superficie e diventino economicamente sempre più importanti nella produzione di servizi di ogni genere (dalla scuola, alla sanità, all'assistenza dei più deboli) famiglia, volontariato, cooperazioni di solidarietà sociale, associazioni, fondazioni e organizzazioni varie del tipo non-profit.
Nuovi valori emergenti
Le peculiari caratteristiche delle società postindustriali contemporanee riportano in luce o favoriscono il riemergere di aspetti e valori che erano stati tralasciati, dimenticati o conculcati dalle logiche delle società industrializzate al loro apogeo e nella loro tensione a uno sviluppo prevalentemente quantitativo-materiale.
Si tratta di un argomento molto ampio e passibile di discussione, anche perché i nuovi valori che si stanno diffondendo nel sociale sono lungi dal risultare maggioritari. Ma è senz'altro il caso di ricordare qui l'insistenza che da qualche tempo si osserva sul valore della "qualità della vita" - nel lavoro, nella città, nel tempo libero, nelle esperienze di relazionalità e di vita quotidiana in genere - dove "qualità" indica evidentemente una distinzione-contrapposizione rispetto alle logiche della mera quantità, del benessere misurato in termini esclusivamente economici di accrescimento di reddito e di produzione o produttività.
In questo quadro aperto a cogliere certi mutamenti degli orientamenti individuali, mi sembra vadano additati due valori emergenti o convergenti che sembrano diffondersi non solo nel privato delle scelte personali, ma anche nella visibilità di una serie di comportamenti socialmente rilevabili: si tratta della bellezza e della gratuità.
In un Paese come il nostro e in una città come Genova e in una regione come la Liguria la presenza della bellezza - artistica e naturale - è talmente soverchiante da rendere apparentemente ovvia l'osservazione che si tratta di un valore tenuto in considerazione. Ma quello che si vuole sottolineare è che si tratta di un valore condiviso, capace di indurre comportamenti collettivi rilevanti e di generare dinamiche importanti in termini di mobilità, di impiego del tempo libero, di fruizione culturale, di stili di vita, nonché di creazione di opportunità economiche e lavorative (penso a Genova 2004).
Il valore della gratuità si lega in parte a quello della bellezza, nel senso che l'esperienza estetica sfugge a una dimensione strumentale ed economico-utilitaristica, ma riporta nel contempo ad altre esperienze, che fino a poco tempo fa si potevano considerare eccezionali e interstiziali: il dono nelle sue varie formulazioni e modulazioni, dalle forme più diversificate di volontariato al terzo settore e alle associazioni di mutuo aiuto, dal dono degli organi alla rilevanza dei regali nei riti moderni e nei rapporti personali.
La gratuità non implica il cancellamento ma un qualche ridimensionamento di quella preminenza dell'homo oeconomicus e della stessa attività produttiva-lavorativa che è stata al centro delle società industriali e che è ancora fortemente caratterizzante delle logiche socioeconomiche e culturali dei sistemi postindustriali. Il punto non è quindi di abolire la nostra modernità fatta di mercato e di politiche economiche e di molte altre cose, ma semmai di capire come il valore della gratuità può apportare linfa a questa società, e non solo ai singoli che ne fanno parte e che possono maturare nel loro privato atteggiamenti ad essa orientati.
Dio nostro Padre e Creatore e la lunga schiera dei Santi Sociali della nostra regione ci aiutino a incarnare questi due supremi valori, per costruire insieme una società più umana.
La regola fondamentale delle professioni umane: un contributo del teologo Ratzinger – Benedetto XVI
Ogni professione umana, assunta nella prospettiva cristiana, si sforza di mantenere uno sguardo di fondo sull'uomo, aperto alla sua verità completa. Di fronte alla tentazione di concepirsi semplicemente come rapporto tecnico con organismi viventi, si può dire che ogni professione è chiamata a salvare sempre la verità del rapporto di una persona di fronte ad un'altra persona, che si trova in una condizione di fragilità, che chiede di essere aiutata a realizzarsi nelle sue potenzialità personali.
Al fondo, la regola basilare di ogni professione non è diversa da quella "regola aurea" sempre intravista dalla sapienza delle genti e promulgata, nella sua formulazione definitiva e positiva, da Gesù in persona: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7,12). Regola che Kant traduceva in questo modo: agisci sempre in modo da trattare l'umanità in te stesso e nell'altro come un fine e mai solo come un mezzo.
La regola fondamentale di qualsiasi etica è: tratta sempre l'uomo come un fine. Ma questo ci riporta a una considerazione sorprendente e impegnativa: prendere qualcuno come fine significa sempre, in qualche modo, donarsi a lui in forma disinteressata. Fino a un certo punto è possibile comprendere ciò, anche nel quadro di una morale costruita semplicemente alla luce della ragione. Infatti, se si riflette bene, solo su questa base una società può funzionare veramente. E non di meno questo dono disinteressato è possibile quale risposta umana solo sulla base del dono gratuito e redentore di Dio.
Al di fuori di tale dono, al di fuori di questa garanzia offerta da Dio nel dono della sua stessa persona, al di fuori di questo impegno di Dio per l'uomo, che solo giustifica una fiducia senza limiti, l'uomo è sempre tentato da una forma di utilitarismo. Egli da solo non può essere disinteressato fino in fondo. Se l'uomo deve garantirsi da solo la sua esistenza e il suo futuro, egli non può essere completamente disinteressato. L'altro gli apparirà sempre in qualche modo come un mezzo per la sua felicità, un mezzo per sé, per garantirsi la sua esistenza (Homo homini lupus!).
Per un'inversione apparentemente strana, ma in fondo molto logica, il problema etico, staccato dalle sue basi morali, diverrà semplicemente quello di stabilire dei limiti a questa inevitabile oggettivizzazione dell'altro (per es. prescrivendo di non attentare alla sua vita quando è nato oppure quando è ancora in stato di coscienza), al fine di rendere ancora possibile la vita in società. La logica dell'interesse tende perciò a respingere quanto più lontano possibile le zone in cui gioca la logica della gratuità.
Alla luce di queste considerazioni ogni professionista, ogni operatore sociale è chiamato a incarnare, nella pubblica amministrazione o nel più semplice rapporto di lavoro o di scambio di merci, la sua originaria responsabilità verso il cittadino che si rivolge a lui - sovente sprovveduto, o intimorito, o bisognoso di informazioni o assistenza - non trattandolo come un anonimo utente, o peggio, come una pratica da sbrigare, ma come persona portatrice di una identità e di una storia.
Papa Benedetto ha creduto di poter aprire una nuova stagione ripartendo dal Dio amore e dall'amore per il prossimo come certificazione della verità dell'amore per Dio. Tra i tanti temi approfonditi nel corso dei suoi studi, con uguale competenza avrebbe potuto sceglierne e lanciarne altri per bussola del suo pontificato. Ha scelto l'amore nella sua duplice dimensione di eros e agape. Lu cidamente ha messo una mina in un mondo che sempre più viene spintonato alla resa dei conti tra le culture, le economie, le politiche. Dal cuore dell'Occidente, in crisi per essersi allontanato dai suoi valori civili fondativi - libertà, ugua glianza, fraternità anzitutto - mettendo a rischio la sostanza stessa della democrazia, Papa Ratzinger propone una via di uscita che parte dal disarmo delle menti e dei cuori, l'unica garanzia che an che il riarmo della politica e dell'economia, ma soprattutto il primato della forza, venga ricacciato nel museo del passato.
Accettare di ripartire dall'amore, se non c'è ipo crisia, significa, infatti, dover accettare le conse guenze dell'amore. Che sono imprevedibili: nel le storie personali di vita ma pure nella regola zione della società civile e perfino per la Chiesa, da sempre convinta che lo Spirito soffia dove vuo le. E lo Spirito è amore. A Ratzinger è sempre pia ciuta la Pentecoste che, a differenza della Torre di babele, simbolo biblico di una globalizzazione tecnica priva di anima che porta alla dispersione umana, inaugura una globalizzazione capace di comunicare e di far parlare le persone senza ne gare la loro singolarità di storia e di cultura.
Vivere come se Dio esistesse
La partita giocata da Benedetto XVI con la sua Enciclica sull'amore cristiano è di alto livello e si ricollega all'altra partita che egli ha chiesto, spe cialmente al mondo laico, di condurre insieme: vivere come se Dio esistesse. Per concordare un'etica minima comune tra credenti e non creden ti, capace di salvaguardare la terra e la comune umanità.
Nessuna meraviglia che, da papa, lo ri proponga con una specificazione. Vivere quasi Deus esset (come se Dio ci fosse) ha un suo fasci no universale perché non si tratta di un qualsi aoglia Dio ma di un Dio Amore che contribui sce in maniera positiva a un superamento di tut te le paure della vita, ponendo gli esseri viventi prima delle leggi. L'ipotesi plausibile dell'esi stenza di Dio per regolare il mondo in una forma umana condivisibile, ha attraversato tutta la produzione del teologo Ratzinger. La prima En ciclica del suo pontificato la ripropone in forma nuova: egli parla di Dio amore anche per rende re più accessibile alla mente moderna la stessa esistenza di Dio. Il linguaggio dell'amore è infatti universale, capace di superare lo spazio e il tempo. Per Benedetto, vivere come se Dio ci fos se non significa vivere come se qualsiasi Dio ci fosse, ma un Dio Amore. Da questo principio scaturisce una serie di conseguenze sul piano del la persona, sul piano dei rapporti tra uomo e don na, sul piano sociale, dove l'amore esige la giu stizia e la giustizia certifica l'amore.
C'è da chiedersi se la proposta di papa Rat zinger sia giunta troppo presto o troppo tardi per rimediare all'involuzione globale.
Si rischia un confronto sempre più aspro tra le grandi eredità culturali del mondo. Passato in sordina il confronto tra capitalismo e socialismo, va estendendosi quello tra Occidente e mondo islamico. La crudezza di questo confronto è sta ta sbattuta in prima pagina dalla questione ener getica che sta alla base del modello del nostro svi luppo occidentale. Uno sviluppo sempre meno sostenibile e sempre meno sostenuto dai popoli che non ne godono uguali benefici. Sebbene la questione energetica sia il nucleo del confronto in atto, si cercano consensi allo scontro facendo leva anche sui sentimenti profondi e sulle eredità culturali e religiose dei popoli. Perciò le religio ni hanno di nuovo un compito: purificare le pro prie tradizioni per non rischiare di predicare ido li invece di Dio. Ratzinger teologo ha colto que sta fase della storia e stringe le fila dei credenti su un tema centrale sul quale tutti, perfino i non credenti, possono convergere. Dio amore è una garanzia che credenti e non credenti possono vi aere per la vita anziché per la morte, e per la vita di tutti.