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“Genova, ravviva la speranza!”

Discorso di fine anno - Te Deum di ringraziamento

Chiesa del Gesù,
31 dicembre 2007

Il Cardinale Angelo Bagnasco, sul pulpito della chiesa del Gesù, pronuncia il discorso di fine anno in occasione del 'Te Deum' (31/12/2007)

 

Carissimi Fratelli e Sorelle nel Signore!

Un altro anno è trascorso e uno nuovo si apre per grazia di Dio. Il nostro sguardo è proteso verso il futuro con rinnovati propositi e speranze, ma non può essere dimentico del passato, sia per ringraziare la Divina Provvidenza sia per trarne opportuno insegnamento.

1. La Chiesa di Dio che vive in Genova

 

1) Sono ormai quindici mesi dal mio ingresso in Diocesi come Arcivescovo. Ringrazio il Signore Gesù per avermi sostenuto in questi inizi. Genova è una Chiesa bella, fa onore alla sua nobile storia.

Subito ho preso a visitare i miei carissimi Sacerdoti nei singoli Vicariati per far sentire la mia vicinanza di Padre, per conoscere più da vicino le loro persone e il loro ministero. La capillarità della loro presenza è segno avvertito e apprezzato della materna sollecitudine della Chiesa. Ad essi desidero rinnovare il mio affetto e la mia gratitudine per la fedeltà e lo zelo del loro servizio pastorale, nonostante le difficoltà spesso legate agli anni che avanzano.

2) Da novembre è iniziata la Visita Pastorale, la Visita Canonica prevista dal Codice della Chiesa: è un preciso dovere del Vescovo, ma è anche una gioia, quella del Padre che incontra in modo capillare la famiglia che il Signore gli ha affidato. A Dio piacendo, terminerò la Sacra Visita nell'arco di tre anni, quindi nel 2010: incontrerò tutte le singole realtà ecclesiali, dalle 278 Parrocchie alle molteplici Aggregazioni, e, se lo vorranno, anche le Istituzioni civili, i luoghi di lavoro, i malati. Ovunque il Vescovo deve conoscere, ascoltare, incoraggiare con la parola del Vangelo, ravvivare la fede, rafforzare la speranza, sollecitare la carità.

Come da programma, ho visitato fino ad oggi due Vicariati con 18 Parrocchie e molte altre realtà. Devo ringraziare il Signore per la ricchezza, sempre nascosta e umile, di bontà: l'opera di annuncio di Gesù, l'amore alla Chiesa, la vita di preghiera personale e liturgica, i momenti e i luoghi di aggregazione e di educazione dei bambini e dei ragazzi, di vicinanza ai giovani, di sostegno alle famiglie, agli anziani, ai malati. Le iniziative di carità sono innumerevoli e corrispondono alle necessità conosciute direttamente sul territorio. Tutto ciò costituisce una trama fitta, accogliente, una rete calda e concreta che unisce le persone nel dare e nel ricevere; che sostiene nel cammino non facile della vita; che esprime la maternità della Chiesa e nutre anche la coesione sociale. I limiti non mancano e si vorrebbe fare sempre di più per rispondere ai molti che bussano alle porte delle nostre Comunità, alla ricerca di ascolto, di aiuto e di speranza. Di fronte alla mole crescente delle urgenze le risposte sono sempre inadeguate. Ma ci sono! Quanto si potrebbe ancora fare se ognuno desse la sua disponibilità – piccola o grande – per la crescita della comunità cristiana e per i molteplici servizi necessari per il bene di tutti!

3) Il Santo Padre, poi, – il sette marzo – mi ha nominato Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. E', questo, un servizio ai miei Confratelli nell'Episcopato in Italia in ordine alla comunione e alla collaborazione pastorale. Il Papa, che essendo il Vescovo di Roma è anche Primate d'Italia, segue con particolarissima attenzione e affetto il ministero sia dei singoli Vescovi che della Conferenza per quanto riguarda gli Orientamenti Pastorali, le iniziative comuni, i rapporti con il Paese e con le problematiche in atto, come ha ricordato puntualmente all' Assemblea Generale dei Vescovi nel maggio scorso: "Voi avete una precisa responsabilità non solo verso le Chiese a voi affidate, ma anche verso l'intera Nazione. Nel pieno e cordiale rispetto della distinzione tra Chiesa e politica (...) non possiamo non preoccuparci infatti di ciò che è buono per l'uomo, creatura e immagine di Dio: in concreto, del bene comune dell'Italia" (27.5.2007). E' nel Vangelo stesso il criterio della vera laicità, quella che assume le responsabilità temporali senza neutralismi etici, che non pretende di confinare nel privato la dimensione religiosa, che non tace le proprie radici cristiane sorgente di cultura e di civiltà.

I primi mesi della mia Presidenza CEI sono stati caratterizzati da turbolenze note a tutti: vicende frutto di pensieri mai pensati, ma che hanno avuto echi ampi e prolungati in tutta Italia e oltre. Desidero qui esprimere la mia profonda gratitudine a quanti – e sono una moltitudine – mi hanno manifestato sincera, pronta e cordiale vicinanza, assicurato preghiera, dato incoraggiamento nel difendere e promuovere l'insostituibile e ineguagliabile valore della famiglia fondata sul matrimonio, sorgente di vita, scuola di umanità e di fede. Impressionante è stata la testimonianza che da tutta l'Italia, perfino dall'estero, e a tutti i livelli, mi è giunta di sostegno e di affetto, segno di uno scuotimento della coscienza popolare quando si superano le misure del senso comune e del civile confronto, quando le parole e le posizioni vengono stravolte per creare scontro e avvelenare il clima. Ritengo altresì che la testimonianza di tanta solidarietà di cattolici e non cattolici abbia toccato non solo la mia persona, ma anche tutti i Vescovi Italiani che, in comunione con il Santo Padre, annunciano il medesimo valore della famiglia, del matrimonio, della vita, della libertà educativa. La Chiesa non può tacere: essa ha ricevuto dal Signore Gesù la missione di proclamare il Vangelo a tutti, sempre, dovunque, a prezzo di qualunque sacrificio. E' in gioco la fedeltà a Cristo, il suo unico Maestro, e si tratta di non tradire gli uomini che vedono nella Chiesa e nel suo Magistero un punto di riferimento, perché essa non parla per interessi propri ma per il bene di tutti. Anche oggi la Chiesa, mentre annuncia che Gesù Cristo è il Signore, la vera Speranza del mondo, ricorda – a volte controcorrente – i valori fondamentali dell'umanità dell'uomo, ciò che lo caratterizza e lo differenzia dal resto della natura. Se l'uomo, infatti, fosse ridotto a una particella solo un po' più evoluta del mondo animale, perché tanta preoccupazione per la sua dignità e i suoi diritti? E se l'uomo non fosse che una molecola del complesso sociale perché non strumentalizzarlo in funzione di un sistema o di un'ideologia ritenuti più convenienti?

Per questo i Vescovi e la Chiesa devono esprimere, nel rispetto intelligente delle responsabilità, le proprie convinzioni in modo puntuale e tempestivo secondo che le circostanze lo richiedano per il bene generale. Su moltissime questioni si possono e si devono trovare mediazioni sensate e costruttive, ma vi sono confini – i valori fondamentali che ho sopra ricordato – che non ammettono compromessi, perché se mediare significa che ogni parte rinuncia a qualcosa per arrivare ad una soluzione condivisa, sui valori di fondo rinunciare a qualcosa significa per definizione distruggere i valori stessi. In questi casi – non molti in realtà- la parte coincide con il tutto.

4) A Novembre vi è stato un nuovo evento che ha toccato anche la nostra Diocesi: il Concistoro pubblico nel quale il Santo Padre ha creato 23 nuovi Cardinali. Tra questi ha voluto annoverare anche l'Arcivescovo di Genova. E' un nuovo atto di benevolenza e di fiducia che onora non solo la mia persona, ma tutta la nostra Chiesa e l'intera Città. Come è noto, ogni Cardinale di Santa Romana Chiesa entra in un vincolo ancora più stretto e diretto con il Successore di Pietro per la sollecitudine della Chiesa Universale. La dignità cardinalizia è rivestita della porpora e questa fa memoria del sangue che Cristo ha versato per il riscatto dei nostri peccati; indica il sangue dei martiri che hanno dato la vita per il Vangelo; ricorda a chi ne è rivestito l'impegno e il dovere di essere testimone della fede e della Chiesa fino alla fine, "usque ad effusionem sanguinis". Chiedo al Signore Gesù che questa fedeltà di amore cresca nell'intera Comunità Cristiana di Genova e diventi testimonianza viva e annuncio coraggioso del Vangelo. Illuminanti sono le parole del Santo Padre allo scambio degli auguri con la Curia Romana per il Santo Natale: "Chi ha riconosciuto una grande verità, chi ha trovato una grande gioia, deve trasmetterla, non può affatto tenerla per sé. Doni così grandi non sono mai destinati ad una persona sola. In Gesù Cristo è sorta in noi una grande luce, la grande Luce: non possiamo metterla sotto il moggio, ma dobbiamo elevarla sul lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa" (Roma, 21.12.2007).

5) Sono stati eventi – quelli ricordati - che hanno onorato la Chiesa genovese, che ne hanno riconosciuto la storia di fede e di fedeltà al Signore Gesù, alla Chiesa e al Papa. Hanno riconosciuto la bontà operosa del suo Clero, dei Religiosi e delle Religiose, delle Parrocchie, delle Aggregazioni laicali cattoliche, della consolidata e ammirevole assistenza spirituale che la nostra Diocesi da molti anni riserva al mondo del lavoro, del rapporto rispettoso, fecondo e continuativo tra la Chiesa e la Città in ordine al bene comune. In questo anno, Genova ha anche corrisposto ad alcune importanti richieste di servizio alla Chiesa Italiana e alla Chiesa universale. Ringrazio il Signore e gli Arcivescovi che mi hanno preceduto sulla Cattedra di San Siro per quanto hanno seminato con intelligenza, amore e saggezza nel cuore del nostro Clero e del Popolo di Dio.

6) Il Natale quest'anno, infine, ci ha portato la notizia tanto attesa della Visita del Santo Padre. Il 17 e 18 Maggio prossimi, infatti, sarà prima a Savona dove ricorderà Pio VII, rimasto lì prigioniero di Napoleone. Poi verrà a Genova dove vogliamo accoglierlo con tutto il calore della nostra fede e dell'affetto, nonché con sentimenti di profonda gratitudine per la sua persona e per il suo altissimo ministero a servizio della Chiesa e dell'umanità.

 

2. La Città di Genova

1) Dopo un anno molto intenso dal mio ingresso come Arcivescovo, posso dire che conosco meglio Genova e Genova conosce meglio il suo Vescovo. Ringrazio la Città, il suo popolo operoso e concreto, le Istituzioni che sempre mostrano attenzione verso la Chiesa e il suo Pastore. Da ogni parte e da ogni posizione si riconosce che la Chiesa lavora per annunciare il Vangelo che è seme di civiltà e di bene per tutti, e che nel nome di Cristo le sue porte si aprono per ognuno, soprattutto per i poveri e i deboli. Fedele alla sua missione, stimola la società umana ad essere una società giusta, a volte eleva la voce insistente, ma non vuole usurpare nulla, né rivendicare qualcosa per sé; vuole e vorrà sempre annunciare Cristo, Speranza del mondo, e, alla luce del suo insegnamento e del Magistero sociale, servire l'uomo: tutto l'uomo e tutti gli uomini.

2) Vado toccando con mano una qualità che già conoscevo fin dalla mia infanzia vedendo mio padre, operaio in fabbrica fino a tarda età. Mai l'ho sentito lamentarsi, anche quando – erano i tempi del dopoguerra – sotto Natale e Pasqua doveva continuare il lavoro anche parte della notte. L'impressione che nella mia anima di bambino è rimasta di quella forte e mite figura, era la soddisfazione di poter lavorare per mantenere la sua famiglia con sacrificio e con dignità, riuscendo a non farci mancare il necessario. Niente di più! Una operosità – questa - che caratterizza la nostra gente e che – come spesso sento - è riconosciuta con ammirazione da chi di Genova non è.

3) Ho visto anche segnali positivi nel quadro globale del lavoro: segnali concreti di sviluppo ci sono, così come in alcuni settori sono cresciute assunzioni di personale specializzato o da specializzare. Questi segni ci dicono che dobbiamo guardare avanti con fiducia; ci confermano che Genova ha delle potenzialità grandi ma in gran parte ancora inespresse; ci stimolano a stringere di più i tempi, a fare in fretta perché il mondo corre veloce e le opportunità che non mancano possono passare e non tornare. Ci ricordano che per vedere vicino, oggi bisogna guardare lontano, aprirsi a livello non solo nazionale, ma internazionale. Ci confermano che le risorse di intelligenza e di capacità professionale, di tradizione e di storia imprenditoriale ci sono, e che non possiamo rassegnarci ad essere città di periferia, perché questo sarebbe tradire Genova, la sua storia e la sua realtà. Come dissi lo scorso anno, basta guardare Genova e subito se ne coglie la vocazione e il suo futuro: il porto è il suo cuore, l'industria e la tecnologia le sue braccia. Il bene di Genova non è il bene di una città o di una regione, ma del Paese, anzi di parte dell'Europa. Per questo è necessario che Genova diventi una sola voce – seppure ricca di apporti coerenti – per farsi sentire al Centro ed esigere ciò che è giusto. E' necessario mettersi insieme - intelligenze, risorse, responsabilità - attivare la fantasia imprenditoriale, creare progetti, fare proposte, insistere, rischiare, mettere in circolo forze economiche e finanziarie, non accontentarsi di mantenere – che non è poco! – ma di progredire, di avanzare, di allargare le possibilità... vorrei dire di benessere, ma forse è meglio dire di una vita più serena perché più sicura sul versante del lavoro e della casa.

4) Sappiamo che in qualunque impresa la difesa è necessaria, ma senza un attacco convinto, concertato e propositivo, anche la migliore difesa si esaurisce. E' necessario non solo mantenere, ma sviluppare ciò che esiste, inventare il nuovo e attirare il nuovo. Le leggi e le procedure non devono scoraggiare, ma favorire nuovi insediamenti. La Città deve diventare appetibile per le industrie; dovrebbe diventare quasi un'ambizione poter collocarvi un proprio insediamento. In questa prospettiva, Genova deve aprirsi oltre i monti, altrimenti c'è l'isolamento: ben vengano opportuni aggiustamenti e miglioramenti, ma è necessario il nuovo e il grande, perché Genova è grande e non deve diventare vecchia. E' necessario e urgente. Ogni altra considerazione può essere buona se porta sviluppo e lavoro, ma non fuori da questa vocazione originaria che è anche il suo destino. Riaffermiamo questo non per attaccamento nostalgico al passato – sarebbe miope a sua volta! – ma per l'intelligenza delle cose stesse. Il lavoro, infatti, non è globalmente un fatto di nicchia, ma è un diritto e un dovere per tutti. O forse Genova deve diventare la Città bella e attrezzata dove svernare anziché dove produrre? Sarebbe sfigurare la Città! O forse Genova deve essere riserva di forza lavoro, anziché anche sede di dirigenze intraprendenti e riconosciute? Sarebbe umiliare la Città! Si tratta di decidere il nostro futuro, per noi e per i nostri giovani.

Diventare una sola voce perché sia più chiara e più convincente, perché sia più forte! In questa direzione, la sinergia snella ed efficace tra pubblico e privato diventa non solo auspicabile ma irrinunciabile, nel segno di quel principio di sussidiarietà che tanto giova alla costruzione e al progresso della società.

5) Comprendiamo che dentro a questi interrogativi vi sono i problemi di Genova, ci sono i problemi di tutti noi, di ognuno di noi. Infatti, nonostante i segnali promettenti, non possiamo tacere preoccupazioni e problemi. Il panorama, infatti, è molto ampio e diversificato!

Il fenomeno della povertà dei singoli – in particolare degli anziani – è in crescita. La Caritas, alcune Associazioni Cattoliche, i 26 Centri di Ascolto sparsi nella Diocesi, registrano la situazione con concreta attenzione: l'affitto, le utenze, le medicine sono voci problematiche. I poveri non urlano, lo sappiamo, non hanno voce sui media, ma ci sono e bussano alle porte disponibili. Dobbiamo tutti ascoltarli seriamente. Anche le famiglie, soprattutto a monoreddito, vedono difficoltà nuove: a volte si tratta di riequilibrare gli stili di vita nel segno di una maggiore sobrietà. Ma non di rado si tratta di fare i conti con la fine del mese, e questo non a causa di sperperi. Di solito queste situazioni che aumentano sono vissute nella dignità e nel silenzio, tanto più da chi – e non sono pochi – fino a ieri viveva nell'agiatezza e oggi non di rado va alle mense parrocchiali. Desidero qui esprimere alle famiglie tutta la stima e l'affetto miei e della Comunità Cristiana: i sentimenti della Chiesa verso la famiglia nella sua identità naturale e nella sua vocazione di cellula ineguagliabile e fondamentale della società umana, sono noti da sempre. Anche il Santo Padre ieri durante l'Angelus ha ribadito la profonda considerazione per il valore insostituibile della famiglia aperta alla vita; ed ha invocato non solo la tutela ma altresì la promozione in ogni modo della famiglia per il bene della società intera. Visitando i malati nelle loro case vedo quanto siano decisivi e consolanti l'amore e la cura dei familiari; quanto sia ammirevole la loro dedizione in quella cellula primordiale e fondamentale di amore, dove la vita di ciascuno non solo viene accolta, ma sostenuta e accompagnata fino al naturale tramonto. Di questo infatti i malati hanno soprattutto bisogno; e questo chiedono, non altro: domandano di non essere abbandonati; di sentire attorno a sé quel calore umano, quello sguardo di affetto e di speranza che – soprattutto in certi momenti – sono più decisivi delle stesse terapie.

Ai giovani, da questo pulpito di fine anno, dico con stima e affetto di non avere paura: cari amici non abbiate timore di farvi la vostra famiglia, di affrontare la vita a due nel vincolo pubblico del matrimonio. Se siete cattolici, sapete che il matrimonio è un Sacramento, cioè una realtà nuova dove Cristo ha legato la sua presenza d'amore, un amore grande - il suo - che eleverà e sosterrà il vostro amore di coppia. Non temete la responsabilità dei figli: è una grande responsabilità, certo, ma la gioia che ne deriva e la pienezza della vostra vita sono impagabili.

6) Genova amata! A te rivolgo il mio affetto e il mio augurio in queste ultime ore dell'anno, di fronte al nuovo che è alle porte del tempo. La tua vita è un po' la nostra e la nostra è la tua. Tu ci offri le tue ricchezze naturali, la generosità della tua bellezza e delle tue opportunità, le tue virtù. Ci chiedi solo di non sprecarle, di farcene responsabili sull'esempio dei nostri padri che ti hanno resa grande e benevolmente superba. Tu vuoi che tutti i tuoi figli abbiano una vita dignitosa e serena, laboriosa e onesta. Tu ci chiedi di amarti stando uniti, concordi, non ripiegati sui nostri personali interessi che, per quanto ingenti, sono sempre piccoli davanti a te, e che, nel tempo, segnano il tuo declino e la sventura di tutti. Tu ci ricordi, memore del passato, che solamente insieme si può guardare avanti e creare un futuro migliore per tutti, specialmente per i deboli e i poveri, come mostrano le grandi opere di bene che ancora ci onorano e ci provvedono. Ci ammonisci che la riuscita di pochi non può mai durare a lungo, tanto meno oggi.

Non è forse questa la richiesta che sale a noi dal tuo cuore generoso e forte? E questo non è forse anche l'augurio che ci rivolgi per il nuovo anno? Anch'io l'accolgo e, a mia volta, ne formulo uno a te: ti auguro che non venga mai meno la passione di guardare al domani; che non ti senta mai costretta a ripiegarti, ad arrenderti di fronte alle difficoltà dei tempi, e neppure di fronte alle difficoltà che ti derivano da noi, tuo popolo. Ti auguro di non mancare mai di coraggio e di nutrire sempre nuove speranze. Ma innanzitutto ti auguro che non venga mai meno la Speranza, quella grande, che comprende tutte le altre speranze giuste e buone che sono nel cuore di ogni uomo, nel cuore di ogni vera città. "La vera, grande speranza dell'uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, - scrive Benedetto XVI - può essere solo Dio, il Dio che ci ha amati e che ci ama sino alla fine" (Spe salvi 26). L'uomo viene salvato dal vuoto di senso, dalla povertà dell'anima che nessun benessere materiale potrà mai colmare, solo dall'amore: dall'amore degli altri riconosciuti come prossimo, certo; dall'amore della sua città che si mostra ospitale e benefica. Ma anche questi amori sono sempre limitati e fragili! L'uomo ha bisogno dell'amore incondizionato.Se esiste questo amore assoluto con la sua assoluta certezza, allora – allora soltanto – nasce nel cuore la Speranza vera e definitiva, premessa e condizione di ogni altro doveroso sperare (cfr id. 26). Ti auguro questo, Genova amata. La Chiesa che vive in te porta il segreto di questa speranza: il segreto è Gesù. Apri, spalanca le porte, non avere paura del Vangelo: Cristo conosce cosa c'è nel cuore dell'uomo, nel cuore di ogni città che vuole essere bella e umana. Egli è salvezza e speranza per tutti.

Angelo Card. Bagnasco

 

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