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 Articolo di Sua Eccelenza Mons. Tarcisio Bertone sul Secolo XIX del 15/10/2003, in occasione del XXV di Pontificato di Giovanni Paolo II. Il Secolo XIX, 15 ottobre 2003 La fausta circostanza del XXV di Pontificato di Giovanni Paolo II è un appello ad uscire dal localismo e dal particolarismo, per unirsi al Successore di Pietro in una visione di universalità "fino ai confini della terra", e in una condivisione di problemi e di passione per l'uomo e per tutti gli uomini. Non c'è uomo più conosciuto al mondo di Giovanni Paolo II. Non c'è uomo che abbia incontrato personalmente un numero così grande di esseri umani. Il magistero pontificio spazia dall'instancabile richiamo alla libertà, alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace dei popoli, alla Cristologia, alla antropologia cristiana, alla spiritualità della vocazione laicale, sacerdotale e di speciale consacrazione, fino all'ecumenismo, per aiutare tutti i cristiani ad avvicinarsi al Grande Giubileo del 2000 se non del tutto uniti, almeno molto più prossimi a superare le divisioni del secondo millennio; (Lettera Ap. Tertio Millennio Adveniente, n. 34). I molti problemi del faticoso "oggi" dell'umanità sono stati dunque al centro delle cure pastorali di Giovanni Paolo II, che non ha mancato di farli presenti, indicando anche concrete procedure per positivi interventi, ai potenti del mondo. Ai Capi di Stato che sono venuti a rendergli visita o che ha personalmente incontrato in diverse occasioni; ai rappresentanti delle organizzazioni internazionali; ai leaders di organismi locali e mondiali. Come ha confessato Fidel Castro, dopo la memorabile visita a Cuba, non c'è questione scottante di attualità che non sia stata affrontata con coraggio e lucidità dal nostro Papa: i toccanti appelli in favore degli afflitti popoli della regione africana dei Grandi Laghi; la perdurante sollecitudineverso il processo di pace nelle varie parti del mondo; la condanna di conflitti etnica e nazionalistici che gettano nella disperazione e nella morte innumerevoli innocenti; la cortese ma ferma rivendicazione della libertà religiosa per i cattolici della Cina Continentale; l'annuncio costante del Vangelo della consolazione e della speranza ai «blessés de la vie», ai feriti della vita. Interrompo questo elenco, che potrebbe essere infinito, con una citazione dello storico discorso ai capi musulmani incontrati in Nigeria: "Da questo luogo nel centro dell'Africa Occidentale, rivolgo un appello a tutti musulmani, proprio come ho fatto con i miei fratelli vescovi e con tutti cattolici: fate sì che l'amicizia e la cooperazione siano la nostra ispirazione! Lavoriamo insieme per una nuova era di solidarietà". Ed ecco la pronta risposta del sultano di Sokoto: «Lei ha dimostrato di essere un emissario di pace; ovunque si è recato è stato seguito con ammirazione e interesse per la sua capacità particolare di promuovere i contatti, il dialogo e la comprensione tra le fedi religiose». In conclusione vorrei sottolineare che la vocazione universalistica di Papa Karol Wojtyla attinge le sue radici nel personalismo che ha contraddistinto da sempre il suo pensiero. In una continua implicazione di riflessione e di esperienza, di speculazione teorica e di azione pastorale, Egli ha messo al centro l'uomo, la sua dignità, a cominciare dalla tutela della vita, fino alla sua trascendente vocazione soprannaturale. «La via della Chiesa è l'uomo»; ha scritto nella sua prima enciclica. E per Giovanni Paolo l'uomo, in senso pieno, è Gesù Cristo, unico e universale Salvatore. Nella profonda unità tra ministero e persona, egli si è realmente identificato con la Chiesa, e ne può quindi essere anche la voce. Così questo Papa è un Papa autenticamente ecumenico e veramente missionario, preparato provvidenzialmente ad affrontare le questioni del tempo successivo al Concilio Vaticano II, e capace di guidare la Chiesa e l'umanità nella transizione al Terzo Millennio della storia cristiana. Anche per la mia prolungata esperienza personale posso confermare ciò che ha scritto di lui il Cardinale Joseph Ratzinger: «Se il suo elevato ufficio può creare distanza, la sua personale irradiazione crea invece vicinanza. Anche le persone semplici, incolte, povere non hanno da lui l'impressione della superiorità, dell'irraggiungibilità o del timore, quei sentimenti che colpiscono così sovente chi si trova nelle anticamere dei potenti, delle autorità. Quando poi si hanno contatti personali con lui, è come se lo si conoscesse da lungo tempo, come se si parlasse con un parente prossimo, con un amico. Il titolo di "Padre" (= Papa/Papà) non appare più solo un titolo, ma l'espressione di quel rapporto reale che si prova veramente davanti a Lui». XMons. Tarcisio Bertone, sdb Arcivescovo di Genova
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