BLU DI GENOVA. Una Passione in 14 teli dipinti del XVI secolo
Museo Diocesano, Mostra permanente

Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico
e Demoetnoantropologico della Liguria
in collaborazione con
Regione Liguria
Blu di Genova
Una Passione in 14 teli dipinti del XVI secolo.
Mostra a cura di:
Marzia Cataldi Gallo, Giulio Sommariva
Per Vassily Kandinski il blu rappresentava un impulso dell’uomo alla ricerca
della sua intima natura: un colore che attira l’uomo verso l’infinito e risveglia
in lui un desiderio di purezza e una sete di soprannaturale. In tutt’altro contesto
storico e sociale lo stesso pensiero deve avere inconsciamente indotto i committenti
della serie dei teli a scegliere un fondo blu per farvi raffigurare la storia delle
sofferenze patite da Cristo per la redenzione dell’umanità.
L’origine del fascino
del blu in Europa non ha radici profonde come quelle del colore rosso e dell’oro, ma assume
un ruolo prestigioso a partire dal XII secolo. Intenso e costoso, il blu diventa il
colore prediletto dei re di Francia e dell’aristocrazia. La religione, pur non annoverandolo
tra i colori liturgici, lo assume come simbolo di purezza e quindi come colore della
Vergine.
Anche i pittori furono attratti dall’incanto del blu: maestri del Rinascimento, come i veneziani Vivarini,
Bellini, Carpaccio, presero a disegnare in bianco sulle preziose carte azzurra o turchina
che ricevevano, insieme alle merci più rare e preziose, dalla
Persia. Le tele blu dipinte a monocromo, interpretabili come elementi di un apparato effimero,
non sono lontane dai disegni su carta e si collocano in un punto difficilmente precisabile,
fra arte colta e devozione popolare.
Nonostante le tenebre
che ancora avvolgono l’origine di questo ciclo la sua destinazione, legata alla prestigiosa
Abbazia di San Nicolò del Boschetto in Val Polcevera, fa pensare che sia stato concepito in un
ambito aulico e colto e realizzati a Genova. Tra i quattordici teli
si possono distinguere tre gruppi: il primo comprende i sette teli più grandi ed è databile attorno al primo trentennio del
Cinquecento ed è opera di pittori di scuola lombarda ispirati alle incisioni di
Albrecht Dürer (Norimberga 1471 – 1528) raffiguranti la
Grande passione
e la Piccola Passione, in particolare alle tavole della Piccola Passione, stampate verso la fine del primo decennio del XVI secolo; i due teli con
Cristo deriso e la
Deposizione dal sepolcro sembrano appartenenre
ad una personalità artisticamente più matura e aggiornata sul nuovo gusto romano, diffuso a Genova da Giulio Romano e Perin del Vaga.
Gli altri teli - i due con Angeli turiferari
, il Volto Santo e i due con
Monaci in preghiera
– , sono riferibili ad epoca più tarda, fra il XVII e il XVIII secolo. Attualmente sono in corso analisi scientifiche volte a stabilire
l’esatta natura delle fibre e quella del colorante. In attesa dei risultati la nostra attenzione si può soffermare proprio sull’intenso sfondo blu.
Nei primi decenni del Cinquecento,
e fino alla fine del secolo, una delle tinture più diffuse per ottenere questo colore era il guado,
estratto da piante di Isatis, importate dall’Africa nel XII e coltivate, successivamente, anche in Italia.
Oltre al guado il più noto dei coloranti usati per ottenere il blu è stato certamente l’Indaco. Documentato a Genova fin dal 1140,
l’indaco era apprezzato fin dall’antichità anche per le sue qualità terapeutiche, come efficace anti infiammatorio. Dalla seconda metà del Cinquecento
l’uso dell’indaco dilagò in tutta l’Europa, grazie ai più intensi rapporti commerciali con il medio e lontano Oriente, dai quali provenivano i preziosi pani, tanto pressati da sembrare
pietre.
Dalla tela blu al jeans il passo è breve:
Genova, famosa fin dal Medioevo per la sua produzione tessile e favorita dalla vivacità dei suoi commerci marittimi,
lega indissolubilmente il suo nome al tessuto più famoso dell’età moderna. I suoi fustagni – stoffe di cotone tessute con lino o lana
– soprattutto quelli tinti in blu, colore adatto per gli abiti dei marinai e per l’abbigliamento popolare, sono apprezzati in tutto
il mondo con un nome derivato da quello della città: jean o jeane. I teli dipinti con le Storie della Passione
possono quindi essere considerate a pieno titolo illustri antenati dei “jeans”: due storie intrecciate e affascinanti
che si propongono oggi all’attenzione dei visitatori del Museo Diocesano.
La serie dei
teli raffiguranti le Storie della Passione dell'Abbazia di San Nicolò
del Boschetto, in epoca non ancora precisabile, passò in proprietà privata.
Nel 1874 fu esposta all'Accademia Ligustica e nel 1939 al Museo di
Sant'Agostino. Ancora conservati da una famiglia genovese i teli furono
presentati alla Blu Blu jeans, organizzata dalla Regione Liguria nel
1989. Considerato il loro eccezionale interesse artistico e storico - legato
alla qualità dei dipinti, all'unicità del ciclo e alla provenienza - i teli
sono stati sottoposti a vincolo con D.M. del 22 maggio 1990. Messi all'asta
presso Christie's a Roma nel novembre 2000 e rimasti invenduti, poi sono stati
acquistati da un privato. A questo punto la Soprintendenza per il Patrimonio
Storico Artistico della Liguria, che ne aveva già proposto l'acquisto, ha
richiesto nuovamente l'intervento del Ministero, con il supporto attivo di
Nucci Novi, Assessore alla Cultura della Regione. Infine lo Stato ha acqistato
la serie, esercitando il diritto di prelazione.
La loro origine sacra e le notevoli dimensioni dell'intero ciclo, hanno indotto
la Soprintendenza a esporli al pubblico nella sede, che è sembrata più
consona al carattere sacro delle opere e più adatta, dal punto di vista
logistico, per offrire la suggestiva visione dell'intera serie: il Museo
Diocesano. Dalla collaborazione fra Ministero, Regione e Arcidiocesi è nata
una straordinaria occasione di far conoscere un altro importante capitolo
della storia della nostra città e di mettere le basi per una grande mostra
che consenta di chiarire i molti e affascinanti misteri in cui sono ancora
avvolte le Storie della Passione.
Apparati effimeri della Settimana Santa
La tradizione dei “Sepolcri”
(o altari della Reposizione) allestiti il Giovedì Santo per l’esposizione dell’Eucarestia
all’adorazione dei fedeli, a Genova è documentata dalla seconda metà del XV
secolo. Strumenti didattici di singolare efficacia, offerti alla devozione dei fedeli
durante la Settimana Santa per indurli a meditare sui drammatici episodi rappresentati,
questi apparati costituivano anche elementi di notevole richiamo nelle chiese cittadine,
come attesta, proprio nel caso del Boschetto, la notizia del
“continuo concorso delle persone che colà recavansi a vedere i pregevoli dipinti esprimenti
la Passione di Gesù”, riportata da fonti manoscritte dell’Abbazia.
I 14 teli dipinti a chiaroscuro con le “Storie della Passione” sono riconducibili certamente ad uno di
questi allestimenti effimeri quaresimali. La struttura architettonica dipinta che incornicia le scene,
in particolare nei due grandi teli che riproducono la sagoma di una facciata con coronamento mistilineo
[1]
[2]
e in quello dal profilo centinato [3]
, muniti di una bucatura al centro (una vera porta praticabile) così come la presenza di un telo raffigurante una
volta celeste
(predisposto da una fitta serie di lacci per una sospensione orizzontale) consentono di ipotizzare
che fossero utilizzati per ricostruire un vero e proprio edificio a scala ridotta o rivestire le pareti di una cappella.
L'abbazia
L’Abbazia di San Nicolò del Boschetto (via del Boschetto, 29 –
Genova/Cornigliano) sorge sulla sponda destra del torrente Polcevera, in un’area occupata in origine da una piccola cappella
fatta costruire da Magnano Grimaldi nel 1311. Affidata ai Benedettini nel 1410, la cappella divenne Priorato nel 1425 e nel 1541,
profondamente modificata con la costruzione di una chiesa e di un monastero, divenne un’abbazia di grande rilievo nonostante la sua
collocazione suburbana, grazie alle cospicue donazioni delle più eminenti famiglie nobili genovesi (Doria, Grimaldi, Lercari, Spinola)
che scelsero la chiesa come luogo di sepoltura.Il suo prestigio fu accrescituo anche dall’aver accolto illustri ospiti, quali Luigi XII di Francia,
giunto a Genova nel 1507, e Francesco Sforza Duca di Milano, nel 1533.Profondamente modificata in età barocca, l’abbazia fu saccheggiata dalle truppe austriache nel 1747.
Colpita dalle leggi di soppressione degli ordini religiosi nel 1810, venne abbandonata dai Benedettini con la conseguente dispersione del ricchissimo patrimonio artistico in essa
custodito. Passato in proprietà privata e riutilizzato in modo improprio per attività industriali e abitative, il complesso tornò ai Benedettini per un breve periodo nel 1904,
finché nel 1960 fu ceduto all’Opera Don Orione che ne fece la sede delle proprie attività assistenziali e caritative, destinazione tuttora in
atto. Oggi nel panorama post-industriale della zona solo il campanile in mattoni, con la sua svettante cuspide ottagonale circondata da quattro piccole cuspidi angolari,
denuncia la presenza dell’antica abbazia. La chiesa presenta all’interno l’aspetto derivante dalle numerose trasformazioni subite nel corso dei secoli; di particolare
interesse sono la cappella della madonna (ciclo di affreschi cinquecenteschi), le numerose e suggestive sculture delle tombe terragne e il chiostro grande, dalle belle forme rinascimentali.
|