LETTERE PASTORALI



Famiglia, dove sei?

Dionigi Tettamanzi

 

Per una Chiesa missionaria negli ambienti di vita

La sfida delle povertà oggi. Percorso pastorale della Chiesa di Genova

© 2002 - Portalupi Editore s.r.l.

 

Premessa

 

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,

carissimi figli della Chiesa di Dio che è in Genova,

ecco a voi il Percorso pastorale diocesano delineato nei mesi scorsi, dal titolo Famiglia, dove sei?

Giunto alla penultima tappa inoltrata di questo Percorso, sono stato interrotto dalla nomina del Santo Padre ad Arcivescovo di Milano.

Mi sono allora immediatamente chiesto: devo continuare o no la trattazione del Percorso pastorale diocesano? Devo terminarla o no, anche se in modo solo sintetico?

Ho risposto di sì. Per tre motivi.

Primo: mi pareva un modo concreto di dire il mio amore alla Chiesa di Genova, dalla quale solo la volontà di Dio espressa dalle labbra e dal cuore del Papa mi poteva distaccare: un amore di ammirazione e di riconoscenza per il cammino spirituale e pastorale fatto insieme e per il bene ricevuto.

Secondo: questo Percorso pastorale diocesano è stato lungamente elaborato, non solo nelle sue linee generali, ma anche in molti elementi particolari e concreti, dalla stessa Comunità diocesana con la partecipazione di diversi Organismi, Consigli, comunità e persone. Del resto, le linee di pastorale organica e unitaria qui presentate riconfermano e cercano di sviluppare un cammino già in atto nella Diocesi.

Ora è proprio per rispettare questa generosa partecipazione e per rispondere all’esigenza di proseguire sulla strada intrapresa che mi è parso legittimo, anzi necessario, approntare questa Lettera pastorale.

Terzo: questa Lettera, utile nelle prossime settimane, viene umilmente e fraternamente offerta al nuovo Arcivescovo – che il Signore, anche in seguito alla nostra preghiera, chiamerà quale Pastore della Chiesa di Genova – come possibile e parziale progetto di un Percorso che solo la sua Autorità potrà, se è il caso, in qualche modo utilizzare.

Tutto, dunque, sempre e solo per il bene della Chiesa, alla quale – rivivendo l’amore di Cristo per lei (cfr. Efesini 5,25: dilexit Ecclesiam) – ciascuno di noi è chiamato da Dio a portare il suo prezioso contributo.

Introduzione

Ancora una volta:_alzati e cammina


Penso che ricordiamo ancora il titolo d’una precedente Lettera: Alzati e cammina. All’inizio di questo nuovo Percorso pastorale diocesano, il Signore ci doni di rispondere con prontezza e generosità al suo appello: Alzati e cammina. Sì, o Signore, con la tua grazia ci alziamo e camminiamo! Camminiamo sulla strada della missione evangelizzatrice nel mondo.

Sulla strada della missione

1. La strada su cui si snoda il nostro percorso pastorale è quella della missionarietà evangelizzatrice nel mondo, più precisamente della triade: missionarietà, nuova evangelizzazione, ambienti di vita.

1) La missionarietà è la ragione stessa e il dinamismo inarrestabile della Chiesa e, in essa, dei cristiani. Sì, non c’è Chiesa senza missione! Sarebbe per tutti noi davvero imperdonabile dimenticare il mandato di Gesù risorto: "Andate in tutto il mondo..." (Marco 16, 15).

2) La nuova evangelizzazione è il contenuto centrale e onnicomprensivo della missione della Chiesa. Non c’è Chiesa senza Vangelo, senza la "lieta notizia", sempre secondo il comando di Gesù: "Andate... e predicate il vangelo a ogni creatura" (Marco 16,15).

Che significa "nuova" evangelizzazione? Diciamo subito che l’evangelizzazione, per sua intima natura, è sempre nuova e portatrice di novità, perché Gesù Cristo – soggetto e oggetto dell’annuncio evangelico – è il "nuovo Adamo".

Se denominiamo "nuova" l’evangelizzazione è in rapporto alla situazione storico-sociale-culturale entro cui oggi avviene: siamo immersi in un ampio e radicale fenomeno di indifferenza religiosa, di scristianizzazione e di ritorno al paganesimo. E questo anche all’interno delle nostre stesse comunità cristiane: tutti o quasi tutti "battezzati", ma quanti sono i cristiani "credenti e praticanti"?

"Nuova" deve dirsi l’evangelizzazione soprattutto perché deve diventare tale "nel suo ardore, nei suoi metodi e nella sua espressione", come disse Giovanni Paolo II nel suo Discorso all’Assemblea dei vescovi dell’America Latina il 9 marzo 1983.

3) Gli ambienti della vita sociale: la Chiesa vive e opera "nel mondo", e dunque nei più diversi ambienti della vita sociale. Qui e non altrove, ossia dove gli uomini – singoli, gruppi, popoli – nascono e crescono, lavorano e si divertono, si amano e si combattono, soffrono e muoiono, la Chiesa attua la sua missione evangelizzatrice. Non c’è Chiesa storica se non nel mondo degli uomini. Per questo è da superarsi come falsa la contrapposizione tra pastorale nella comunità cristiana e pastorale negli ambienti della vita sociale: nell’ovvio rispetto delle diverse competenze e modalità, esse devono armonicamente integrarsi.

La famiglia,_"crocevia" degli ambienti di vita

2. Il percorso pastorale diocesano ruota attorno alla famiglia – in concreto, alle famiglie, alle famiglie in tutta la gamma delle loro situazioni di vita –, senza diventare, per questo, tutto e solo un piano di pastorale familiare intesa in senso stretto. È questo un punto che deve rimanere molto chiaro, per non cadere in indebite riduzioni e astrattezze né a proposito dei contenuti operativi né a proposito dello spirito che informa le nostre responsabilità pastorali.

In realtà, la famiglia è il "crocevia" di tutti gli ambienti di vita: crocevia nel senso che la famiglia vive e interagisce con tutti gli ambienti, in una specie di scambio di "dare" e di "ricevere" i valori, le risorse, le esigenze, i limiti, i problemi, le negatività, ecc. Ciò s’impone a partire dalla centralità indiscutibile della persona come essere in relazione.

Così le persone che costituiscono la famiglia e la vivono, sono le medesime persone che si ritrovano presenti nei diversi ambienti di vita, e viceversa. In concreto: sono i genitori che lavorano, i figli che vanno a scuola, e gli uni e gli altri che possono ammalarsi e andare all’ospedale, trovarsi nelle più diverse forme di sofferenza, ecc. E d’altra parte le persone che vivono e operano nei più vari ambienti di vita portano in famiglia i valori e i disvalori di questi loro ambienti.

Potremmo dire allora che la famiglia è quello "spazio umano" dal quale parte e al quale arriva la "cultura" degli ambienti di vita, ossia la mentalità e il costume, le idee e i comportamenti, i giudizi e le scelte, i sentimenti e i gesti che sono presenti e operanti nei più diversi ambienti della vita sociale.

3. È allora necessario soffermarci un poco per chiarire e approfondire il giusto concetto di "ambiente di vita". Non è semplicemente un "luogo" nel quale ci si trova ad operare, quanto piuttosto uno "spazio umano" che ci dà la possibilità concreta di vivere come "persone", come un "io" aperto al "tu", dunque nella relazione con gli altri. Più precisamente, questa "relazionalità" è un dato essenziale e strutturale della persona stessa, che si definisce appunto come essere "con" gli altri e "per" gli altri: così, la comunione e la donazione sono i valori e le esigenze fondamentali dell’uomo. Di conseguenza, è la qualità umana di questa relazione ciò che fa sì che ogni ambiente di vita sia veramente umano e possa diventare veramente umanizzante. In questo, ciascuna persona, per la sua parte, è responsabile della qualità umana del tessuto relazionale dei propri ambienti di vita.

Se questo è il giusto concetto di ambiente di vita appare in modo ancora più evidente l’intimo rapporto tra la famiglia e gli ambienti, tra gli ambienti e la famiglia. Infatti, da un lato la famiglia è la forma prima e fontale della relazionalità umana, dall’altro lato questa stessa famiglia non può vivere e crescere se non nel più ampio tessuto relazionale, che è dato dalla sua presenza e partecipazione ai diversi ambienti di vita e, nello stesso tempo, dalla relazione che tali ambienti hanno con essa. In tal modo, il bene della famiglia e della società si collegano tra loro, crescono o decrescono insieme.

Per questo non è possibile un’azione "pastorale" e un’azione "sociale-politica" della famiglia senza un’azione pastorale e sociale-politica degli ambienti, e viceversa.

Insistiamo ancora: nel considerare la famiglia e gli ambienti di vita, occorre andare oltre l’idea dell’ambiente come semplice spazio o tempo – che è ancora qualcosa di esteriore e di superficiale, per ricuperarne la concezione personalistica, l’idea cioè che è la persona stessa come essenziale relazione con gli altri a definire e a far vivere in modo umano l’ambiente. Occorre, inoltre, andare oltre l’idea della separazione – ed anche dell’estraneità – tra la persona e l’ambiente, perché la persona mediante il "corpo" è e vive nel "mondo" e in rapporto agli "altri" uomini, e quindi non può non interagire con gli ambienti di vita, così come questi non possono non interagire con la persona. E ancora, occorre andare oltre l’idea della neutralità o insignificanza morale e religiosa dell’ambiente di vita, perché è solo attraverso le relazioni umane che si trasmettono l’annuncio e la testimonianza della fede cristiana: proprio il rapporto tra le persone – quale viene vissuto nelle famiglie e negli ambienti – è lo spazio reale e vitale per il realizzarsi della missione evangelizzatrice della Chiesa nel mondo.

La sfida delle povertà oggi

4. La missionarietà evangelizzatrice vede dunque la famiglia sempre e solo nell’ampio contesto degli ambienti di vita. Più precisamente la vede, non solo come oggetto al quale giungono i valori e i non valori dell’ambiente, ma anche come soggetto attivo e responsabile, come protagonista di una presenza negli ambienti della vita sociale. In tal senso alla famiglia deve arrivare, da parte della Chiesa, l’annuncio del Vangelo di Gesù e, nello stesso tempo, la famiglia evangelizzata deve divenire a sua volta il principio vivo di un’opera di evangelizzazione. Proprio come scriveva Paolo VI: "La famiglia, come la Chiesa, dev’essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque nell’intimo di una famiglia cosciente di questa missione, tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell’ambiente nel quale è inserita" (Esortazione Evangelii nuntiandi, 71).

5. Ora, il nostro percorso pastorale intende considerare la famiglia secondo una specifica prospettiva, ossia in quanto raggiunta dalla sfida delle povertà d’oggi. Certo, è possibile fare riferimento, anzi tutto, ai valori e agli aspetti positivi che anche nelle situazioni più difficili e complesse sono presenti nella famiglia e negli ambienti di vita. Se si è preferito scegliere il riferimento alle "povertà", ossia ai non-valori e agli aspetti negativi o comunque problematici, è per essere tutti quanti provocati e stimolati con maggior forza nel nostro impegno di missionarietà evangelizzatrice nell’attuale situazione sociale-culturale-religiosa.

D’altra parte è da rilevare come il rapporto tra famiglia e povertà viene volutamente letto da noi nei termini di una sfida. In questa linea, se da un lato le povertà d’oggi dicono le difficoltà, gli ostacoli, i condizionamenti pesanti, le ferite e le piaghe che i diversi ambienti di vita riversano sulle famiglie, dall’altro lato queste stesse povertà sprigionano un appello particolarmente energico sia alle famiglie che agli ambienti di vita perché tutti assumano con più convinzione e decisione le proprie responsabilità. Così, grazie a questa assunzione di responsabilità, le famiglie e gli ambienti hanno un’occasione provvidenziale di purificazione e di rinnovamento, e quindi di ripresa, di rilancio, di crescita, di perfezione.

Queste povertà, che incidono sulle famiglie e sul loro vissuto e che insieme sono causate o favorite dalle stesse famiglie, diventano una formidabile "invocazione" rivolta a tutta la comunità civile e, in primo luogo, alla stessa Chiesa perché con rinnovato slancio si pongano al servizio delle famiglie. In tal modo, proprio queste "povertà", provocando un simile servizio, dovrebbero più facilmente condurre a riscoprire, a riamare e a valorizzare le "ricchezze", di cui sono depositarie le famiglie e la società per il bene di tutti.

La famiglia: presente o assente?

6. Vogliamo ora spiegare il perché del titolo scelto per questa Lettera: Famiglia, dove sei?

Il titolo – breve, significativo e capace di richiamare molte cose – mi è stato suggerito dal ricordo della domanda che Dio rivolse al primo uomo: "Adamo, dove sei?". In realtà, dice il testo sacro, "l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino" (Genesi 3,8). Adamo alla voce di Dio "dove sei" rispose: "Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto" (Genesi 3,10). Sì, l’uomo è cosciente di aver mancato al progetto di amore che Dio gli aveva dato, avverte in sé un profondo cambiamento (la nudità che ora crea disagio), ha paura e teme il castigo, si nasconde.

Anche la famiglia riceve da Dio un progetto di amore: lui stesso la crea e la plasma come comunità d’amore e di vita, arricchendola di tanti doni e caricandola d’una missione da compiere nella storia. Anche la famiglia si nasconde, perché sa di non aver obbedito al disegno divino. E così quel "dove sei?" raggiunge anche la famiglia: è un appello che Dio le rivolge perché si faccia vedere, si mostri agli altri, anzi come davanti ad uno specchio si mostri a se stessa. È una chiamata a riscoprire la propria "verità": quella che il Creatore ha impresso nell’essere stesso dell’uomo e della donna e nel loro legame d’amore e di vita.

Risponderà, la famiglia, all’invito di Dio? Certo, essa si trova ad essere molto cambiata rispetto alla bellezza originaria: s’accorge di essere "nuda", d’una nudità che può dirsi il simbolo delle tante forme di "povertà" che la famiglia incontra nel suo cammino, rimanendone ferita. Il testo sacro, infatti, è attento a rilevare che, dopo la disobbedienza a Dio, Adamo ed Eva devono affrontare un triste conflitto di coppia, la donna dovrà partorire nel dolore (cfr. Genesi 3,16), l’uomo dovrà lavorare la terra e mangiare il pane con il sudore del suo volto (cfr. Genesi 3,17-19).

Ma l’appello "dove sei?", se racchiude un qualche rimprovero per il male compiuto, è soprattutto invito alla famiglia a mostrarsi di nuovo al Signore, a riprendere speranza e coraggio, a ricuperare fiducia in se stessa, a chiedere perdono e ottenere salvezza. Sì, sostenere lo sguardo di Dio, di un Dio misericordioso, è condizione perché la famiglia possa affrontare le difficoltà e le prove, appunto le "povertà" della vita: nel segno di una vittoria.

Possiamo aggiungere: ci sono problemi e situazioni nella società, e nella stessa Chiesa, che reclamano la presenza attiva e generosa della famiglia. Quel "dove sei?" diventa, allora, una richiesta pressante, quasi un’implorazione perché la famiglia, ritornando al disegno e all’amicizia con Dio, possa compiere la grande missione da lui ricevuta per il bene di tutti.

Un percorso sull’arco di tre anni

7. Già l’enunciazione dei contenuti fondamentali del percorso pastorale diocesano fa cogliere immediatamente l’ampiezza e la complessità dei problemi e dei compiti che dovranno essere affrontati. Per questo si è ritenuto opportuno delineare un percorso triennale. Anche la particolare "lunghezza" di questa Lettera può essere benevolmente "scusata" o meglio razionalmente "giustificata" perché il suo intento è di offrire un quadro organico (e, come tale, tendenzialmente completo), dando così a tutti, pure nella varietà degli interessi e delle responsabilità, la possibilità di ritrovarsi nel medesimo percorso, e dunque di camminare insieme.

Il percorso triennale poi potrà favorire non solo la continuità sulle indicazioni pastorali, ma anche la ripresa del cammino con approfondimenti e ulteriori concretizzazioni, nonché momenti di verifica e di riprogettazione e di rilancio.

Chi è impegnato in questo percorso e quindi a chi in particolare si rivolge questa Lettera?

Ci rivolgiamo a tutti: alle famiglie, a quanti hanno una responsabilità di guida e di educazione (presbiteri e diaconi, persone di vita consacrata e fedeli laici, uomini e donne), alle parrocchie e ai vicariati, ai gruppi-associazioni-movimenti. Queste diverse categorie di persone e queste diverse realtà sono chiamate a procedere nella loro missionarietà evangelizzatrice nel mondo rispettando ciascuna la propria specificità e insieme assicurando la necessaria comunione di intenti e collaborazione di iniziative.

In particolare ci rivolgiamo a chi è impegnato in modo specifico nei diversi ambienti della vita sociale: chiediamo che nella loro testimonianza e nelle loro iniziative siano più attenti alla dimensione familiare delle persone.

Infine ci rivolgiamo ai Consigli pastorali vicariali: anche con qualche riunione apposita riprendano l’analisi del percorso pastorale, così da renderlo più dettagliato e concreto in rapporto alle situazioni del vicariato stesso e del proprio territorio.

Dunque: alziamoci e camminiamo sulla strada della missione evangelizzatrice.

 

Parte Prima

La famiglia_scendeva da Gerusalemme_a Gerico

 

Dovendo affrontare, in questo percorso pastorale, il "vissuto" delle famiglie nel contesto concreto della società e dei suoi diversi ambienti di vita, si rende necessario partire, e insieme fare costante riferimento, alla situazione storico-sociale-culturale-religiosa in cui si trovano a vivere le famiglie stesse.

Ma questo non basta. Nello stesso tempo occorre avere chiaramente presente l’ideale al quale ogni famiglia aspira dalle profondità del suo essere e, per i credenti, occorre rifarsi al disegno d’amore che Dio ha stampato nel cuore dell’uomo e della donna.

Ci può essere di aiuto una rilettura della nota parabola evangelica del buon Samaritano (Luca 10,29-37) in chiave familiare, così come è stata fatta in una parrocchia di Roma in occasione dell’Anno Internazionale della Famiglia. La riproponiamo con opportuni aggiornamenti e sviluppi.

La famiglia e i Tempi Moderni

8. "Da Gerusalemme – la città posta sul monte, la sposa del gran Re – la famiglia scendeva verso Gerico, nella pianura del gran lago salato, sotto il livello del mare. Scendeva per le vie tortuose e impervie della storia quando, ad una svolta, incontrò i Tempi Moderni. Non erano di natura loro briganti, non peggio di tanti altri Tempi, ma si accanirono subito contro la famiglia, non trovando di loro gusto la sua pace, che rispecchiava ancora la luce della città di Dio".

Ci chiediamo: che significano i Tempi Moderni? Il riferimento non è tanto cronologico, ossia alla storia che oggi stiamo vivendo, quanto culturale: i tempi moderni sono l’attuale cultura dominante, che passa attraverso i diversi mezzi della comunicazione sociale, a cominciare dal mezzo più popolare, capillare e incisivo qual è la televisione. Si deve riconoscere che realmente, in un modo programmatico e sistematico, con l’iniziativa e il sostegno di enormi poteri economici e culturali, i media nella loro stragrande maggioranza "si accaniscono contro la famiglia", proponendo, anzi imponendo una mentalità e un costume, ossia criteri di giudizio e di scelta di vita, che irridono e fanno scempio dei valori fondamentali del matrimonio e della famiglia, anzi della stessa "istituzione" matrimoniale e familiare.

È allora necessario e urgente prendere coscienza di questo "accanimento" contro la famiglia messo in opera dai Tempi Moderni, dalla cultura oggi dilagante: non solo per meglio renderci conto della mentalità e del costume in atto in tantissime famiglie della nostra società occidentale-europea, ma anche per difenderci e per opporci con la forza di precise convinzioni razionali all’intollerabile inquinamento e alla distruzione stessa della famiglia, di questa realtà di base della vita sociale. Detto in termini semplici, ci è chiesto di imparare a ragionare con la propria testa, e dunque di giungere a possedere salde le nostre idee – conquistate con la luce della ragione e della fede a partire dalla verità e dal bene della famiglia –, rifiutandoci di acquistare dal quotidiano mercato dei media prodotti avvelenati e mortiferi per la famiglia, e quindi per la stessa società.

La famiglia derubata,_spogliata e lasciata semiviva

9. Ed ecco la drammatica avventura toccata alla famiglia che scendeva da Gerusalemme a Gerico nel suo triste incontro con i Tempi Moderni: "Le rubarono prima di tutto la fede, che bene o male aveva conservato fino a quel momento come un fuoco acceso sotto la cenere dei secoli. Poi la spogliarono dell’unità e della fedeltà, della gioia dei figli e di ogni fecondità generosa; infine le tolsero la serenità del colloquio domestico, la solidarietà con il vicinato, l’ospitalità sacra per i viandanti e i dispersi... La lasciarono così semiviva sull’orlo della strada e se ne andarono...".

Dunque la cultura dominante punta a derubare la famiglia del suo valore fondamentale, anzi fondante: il valore religioso del rapporto con Dio. Intaccata dal secolarismo e dal laicismo, la famiglia interpreta se stessa come una realtà esclusivamente umana e totalmente autonoma: la famiglia, nel suo stesso essere e vivere, prescinde da Dio, lo considera del tutto insignificante e ininfluente, persino lo rifiuta in modo esplicito.

In questo contesto culturale la famiglia non si considera più come la realizzazione di un disegno e di una volontà di Dio, iscritti indelebilmente nella natura stessa dell’uomo e della donna e del loro rapporto d’amore, ma si considera solo come il compimento di un progetto umano, elaborato dai desideri e affidato alla piena e sovrana libertà delle persone. Che senso ha per la famiglia il riferimento a Gesù Cristo e alla sua Chiesa? E, più radicalmente, che senso ha per la famiglia la stessa trascendenza e religiosità?

Derubata del fondamentale valore religioso, la famiglia viene privata di altri valori che sono collegati al disegno di Dio stampato nell’essere stesso dell’uomo e della donna. La famiglia perde l’esigenza di fondarsi su di un amore unico ed esclusivo, indissolubile e fedele, come frutto e segno della comunione personale tra gli sposi. La coppia rivendica un amore non imbrigliato e imprigionato né dall’unicità né dall’indissolubilità, ma totalmente libero, frutto solo della piena spontaneità personale e quindi nemico ostinato della "istituzione". Lo sposo e la sposa dimenticano, anzi cancellano il linguaggio originario e profondo dell’amore: amo te, te solo, per sempre! E così aprono la porta, non solo nei fatti ma anche nella rivendicazione culturale e legale, alle separazioni, ai divorzi e ai nuovi "matrimoni" con o tra divorziati.

Altro furto perpetrato ai danni della famiglia riguarda la fecondità, anch’essa come esigenza della stessa comunione d’amore dei coniugi. Come sappiamo, la procreazione dei figli non incontra nelle coppie solo eventuali difficoltà di salute, di economia, di educazione e di altro ancora – come la paura o l’angoscia del futuro –, ma incontra anche e propriamente delle forti obiezioni e talvolta dei decisissimi rifiuti. C’è chi pensa che il figlio sia un ostacolo insuperabile alla libertà dei coniugi o una forma di intollerabile schiavitù della donna.

E ancora i Tempi Moderni – come abbiamo visto – "tolsero alla famiglia la serenità del colloquio domestico, la solidarietà con il vicinato, l’ospitalità sacra per i viandanti e i dispersi". Parole semplici, queste, ma di sconcertante verità e di stringente attualità. Esse specificano e rendono quanto mai concrete le esigenze dell’unità indissolubile e della fecondità della famiglia, di cui abbiamo ora parlato. Così il colloquio domestico è esigenza, segno e frutto della comunione tra gli sposi: ma se non si parlano mai, o se il parlarsi è solo sulle "cose" senza diventare una scoperta continua e un’accoglienza ammirata dell’altro, del "mistero" del loro essere personale, come può la comunione coniugale difendersi dalle insidie che la minacciano e in positivo approfondirsi e perfezionarsi? Quanto poi alla fecondità la famiglia è chiamata a viverla non solo come procreazione dei figli, ma anche come loro educazione e come apertura, solidarietà e servizio agli altri, a cominciare dai poveri e dai deboli.

10. Infine, la famiglia si trova ad essere lasciata "semiviva" sull’orlo della strada. Semiviva soltanto o addirittura senza vita?

L’interrogativo è del tutto legittimo di fronte alla ferita mortale che la famiglia riceve dai Tempi Moderni. È una ferita inferta da un’errata interpretazione della libertà: questa, infatti, è intesa come valore assoluto e individualistico ed è rivendicata con violenza come fosse un diritto indiscutibile e insindacabile della persona. Il valore reclamato, gridato senza pudori come "diritto" (e, reciprocamente, come "dovere" per la società e per lo Stato) è l’assoluta libertà nei riguardi del matrimonio: è solo l’individuo, senz’alcuna interferenza da parte di altri, a decidere e a scegliere la fisionomia, le caratteristiche e le finalità del suo sposarsi o comunque unirsi ad altra persona.

L’esito inevitabile di questa concezione – assolutistica e individualistica – della libertà è quello di una privatizzazione estrema del matrimonio: è un fatto privatistico e non sociale, è un fatto che sta al di fuori o contro l’istituzione e la legge. È allora senza senso o indebito l’intervento dell’istituzione – sia essa ecclesiastica o civile –, perché ciò che conta è quanto vogliono i singoli soggetti. E questi possono volere di essere semplici conviventi, "coppie di fatto" (anche se con la pretesa di avere un riconoscimento sociale e legale), o coppie che vanno oltre o rifiutano la diversità e complementarietà dei sessi maschile e femminile (matrimoni tra omosessuali).

In un simile contesto si parla abitualmente di molteplici, diversi e contrastanti modelli di famiglia: non solo quello della famiglia "naturale" fondata sul matrimonio, ma anche quelli delle cosiddette famiglie che nascono e si configurano secondo criteri di assoluta libertà e di pieno individualismo. Ma queste ultime si possono legittimamente chiamare famiglie?

Ora, proprio questa situazione di pluralismo esasperato e contraddittorio non può lasciarci né indifferenti come se un’opinione valesse l’altra, né abbandonati passivamente ai dati di fatto. È piuttosto un appello a ricercare, a proposito del matrimonio e della famiglia, la verità e il bene. Non ci si può fermare, infatti, a rilevare il dato sociologico di questo pluralismo familiare, ma ci si deve impegnare a leggerlo e ad interpretarlo ricorrendo alla luce della fede e della ragione umana. Così diventa sempre più urgente possedere, riguardo alla famiglia, alcune precise convinzioni, che mentre esprimono la propria "identità" rendono possibile – senza equivoci o compromessi o appiattimenti – il "dialogo" sincero e costruttivo con tutti.

Chi vede e soccorre la famiglia?

11. Sulla strada che da Gerusalemme scende a Gerico non passano soltanto la famiglia e i Tempi Moderni, ma passano anche altre persone, che incrociano la famiglia derubata e ferita. Il loro è lo sguardo di chi di fronte alla situazione si limita a fare un’analisi e a dare un giudizio, senza però assumersi la responsabilità di un aiuto. Le figure evangeliche del levita e del sacerdote diventano, in questa trascrizione della parabola in chiave familiare, il sociologo, lo psicologo e il prete.

"Passò per quella strada un sociologo, vide la famiglia, la studiò a lungo e disse: "Ormai è morta!"; e andò oltre. Le venne accanto uno psicologo e sentenziò: "L’istituzione familiare era oppressiva. Meglio così!". La trovò un prete e si mise a sgridarla: "Dovevi opporti ai ladroni! Perché non hai resistito meglio? Eri forse d’accordo con chi ti calpestava?"".

Il sociologo legge la famiglia non tanto come un dato "naturale", costitutivo e strutturale dell’essere umano in relazione, uomo e donna; quanto come un dato "culturale", un dato cioè che non tocca l’essere, ma i modi di pensare, anzi di sentire. Per questo la famiglia vive in se stessa le linee tipiche della cultura, che sono diverse e che variano da tempo a tempo e da luogo a luogo. In questa prospettiva, quali problemi ci sono ad accettare o almeno a tollerare i nuovi – diversi e contrastanti – modelli di "famiglia"?

Lo psicologo, abituato a rilevare i tanti e vari condizionamenti – esteriori e interiori – che coinvolgono le persone, può facilmente sollevare il dubbio circa la possibilità stessa di una vera libertà dell’uomo e della donna nello sposarsi, quando non giunge egli stesso a condividere l’idea che sia proprio l’istituzione familiare il più pesante condizionamento per la libertà degli sposi. Giusto sarebbe allora parlare di "istituzione oppressiva"! E dall’oppressione si ha il "diritto" di uscire per entrare nel regno della libertà.

Il prete – almeno nella trascrizione della parabola – assume l’atteggiamento del "moralista" nel senso meno simpatico del termine. Interviene subito con il giudizio sulle colpe della famiglia, anzi con un giudizio quasi irritato e malizioso di condanna. Ma dal prete la famiglia non ha diritto forse di attendersi anche qualcosa d’altro? Prima di essere denunciata nelle sue responsabilità, non dovrebbe essere invitata a guardare e a lasciarsi affascinare dalla bellezza dei suoi valori?

Le figure del sociologo, dello psicologo e del prete ci offrono un importante insegnamento: le famiglia, come del resto ogni realtà umana, ha bisogno di essere aiutata, ossia conosciuta, studiata e soprattutto sostenuta in modo concreto specialmente nelle sue situazioni di difficoltà o di crisi. Aiutata sì, purché ci si accosti ad essa sempre con umile rispetto e con grande amore. Proprio quest’amore solleciterà la famiglia a credere in se stessa, ad avere fiducia nelle sue risorse, e spingerà tutti a imparare e a ricevere tanto dalla famiglia.

Il buon Samaritano della famiglia

12. È l’ora del buon Samaritano, che, come chi l’ha preceduto, passa sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico. Diversamente però dagli altri, assume un comportamento di vero amore.

"Passò alla fine il Signore, ne ebbe compassione e si chinò su di lei (la famiglia) a curarne le ferite, versandovi sopra l’olio della sua tenerezza e il vino del suo sdegno. Poi, caricatala sulle spalle, la portò fino alla Chiesa e gliela affidò, perché ne avesse cura, dicendole: "Ho già pagato per lei tutto quello che c’era da pagare. L’ho comprata con il mio sangue e voglio farne la mia prima, piccola sposa. Non lasciarla più sola sulla strada, in balìa dei Tempi. Ristorala con la mia Parola e il mio Pane. Al mio ritorno ti chiederò conto di lei"".

Perché il Signore fa tutto questo per la famiglia derubata, ferita e semiviva? Perché essa è una grande e straordinaria realtà! È opera di Dio creatore e di Cristo redentore.

Opera del Creatore è la famiglia. L’invito è a ritornare "al principio", ossia al gesto creativo di Dio, e dunque a guardare nell’intimo del nostro essere di uomo e di donna per ritrovarvi il disegno del Creatore. Plasmandoci a sua immagine e somiglianza, egli ci fa persone e ci chiama ad essere e a vivere "con" e "per" gli altri. Il libro della Genesi testimonia splendidamente il progetto divino di comunione per l’uomo: "Il Signore Dio disse: "Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile"" (Genesi 2,18). E Adamo riesce a vincere la sua solitudine solo quando il Creatore gli fa dono della donna: "Allora l’uomo disse: "Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa..."" (Genesi 2,23). Il matrimonio è la prima realizzazione dell’essere con e per della persona: "Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne" (Genesi 2,24).

La famiglia è opera del Creatore: da lui è ideata, voluta e attuata con la creazione dell’uomo e della donna nella loro diversità e complementarietà in ordine ad una comunione unica, indissolubile e feconda. E da lui è accompagnata con la sua benedizione e con la sua grazia. È dunque una realtà che implica la presenza e l’azione di Dio, come si esprime Eva, la madre dei viventi: "Ho acquistato un uomo dal Signore" (Genesi 4,1).

L’uomo e la donna però, sin dal principio, non sono fedeli al disegno del Creatore e con il loro peccato rovinano la comunione coniugale, che passa dal dono di sé all’altro al possesso dell’altro per sé: "Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà" (Genesi 3,16), così come rovinano la fecondità o apertura alla vita: "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli" (Genesi 3,16).

Ma l’amore di Dio è senza pentimento, è ricco di misericordia, è sempre pronto al perdono del peccato e al rinnovamento della vita. È assolutamente fedele e benevolo, pieno di compassione e di bontà.

Ecco perché la famiglia è opera di Cristo redentore. Egli è lo Sposo che si dona alla Chiesa sua Sposa e sulla croce muore per lei: in tal modo Cristo purifica e santifica l’amore degli sposi, riportandolo alle origini, anzi trasformandolo in un modo inimmaginabile, facendone cioè una vera e propria partecipazione all’amore stesso che Dio ha per il mondo e che il Signore Gesù ha per la sua Chiesa. Per questo l’apostolo Paolo può scrivere: "E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola..." (Efesini 5,25-26).

Davvero, come dice la parabola riferita, Cristo è il buon Samaritano per la famiglia: per essa ha compassione, su di essa si china, è pronto a curarne le ferite, a risanarla con il suo amore tenero e forte, a caricarsela sulle spalle e a portarla alla Chiesa e affidargliela.

Gesù affida la famiglia_alla sua Chiesa

13. Così anche la Chiesa è chiamata a rivivere l’atteggiamento del Signore nei riguardi della famiglia: anche la Chiesa può e dev’essere un buon Samaritano per la famiglia. È Gesù stesso che affida alla Chiesa la famiglia quale opera di Dio creatore e quale frutto della sua redenzione. La Chiesa allora nella sua azione pastorale dev’essere sempre cosciente della preziosità stupenda della famiglia che Cristo le consegna: Cristo l’ha comprata con il suo sangue e l’ha resa sua "prima, piccola sposa"!

Ma come la Chiesa deve custodire, aiutare e sostenere la famiglia? La parabola, a suo modo, è quanto mai eloquente. Gesù infatti rivolge alla Chiesa queste parole: "Ristorala con la mia Parola e il mio Pane".

Sì, la famiglia ha bisogno della Parola di Dio: solo questa luce può far cogliere in pienezza alla famiglia la sua verità, la sua dignità, la sua bellezza! Potremmo dire, il suo "mistero": quello di essere immagine viva della Trinità beata, specchio e veicolo sulla terra della comunione d’amore del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo!

E ha bisogno del Pane di Dio: il fondamento e il nutrimento dell’amore coniugale e familiare si trovano nello stesso amore di Cristo che si dona in croce per noi. La celebrazione dell’Eucaristia rappresenta così il dono più grande che la Chiesa può offrire agli sposi, ai genitori e ai figli. Scrive Giovanni Paolo II nella sua esortazione Familiaris consortio: "L’Eucaristia è la fonte stessa del matrimonio cristiano... È in questo sacrificio della nuova ed eterna Alleanza che i coniugi cristiani trovano la radice dalla quale scaturisce, è interiormente plasmata e continuamente vivificata la loro alleanza coniugale. In quanto ripresentazione del Sacrificio d’amore di Cristo per la Chiesa, l’Eucaristia è sorgente di carità. E nel dono eucaristico della carità la famiglia cristiana trova il fondamento e l’anima della sua "comunione" e della sua "missione": il pane eucaristico fa dei diversi membri della comunità familiare un unico corpo, rivelazione e partecipazione della più ampia unità della Chiesa; la partecipazione poi al corpo "dato" e al sangue "versato" di Cristo diventa inesauribile sorgente del dinamismo missionario ed apostolico della famiglia cristiana" (n. 57).

La famiglia torna a vivere_e a guarire le ferite del mondo

14. Salvata dal Signore, la famiglia può vivere nella gioia il disegno che Dio ha su di essa, crescendo come "comunione di vita e di amore", partecipe della missione evangelizzatrice della Chiesa e pronta al servizio nella società degli uomini.

La parabola ritrascritta legge così il rinnovamento spirituale e pastorale della famiglia: "Quando si riebbe, la famiglia si ricordò il volto di Dio chino su di essa. Assaporò tutta la gioia di quell’amore e chiese a se stessa: "Come ricambierò per la salvezza che mi è stata donata?". Guarita dalle sue divisioni, dalla sua aridità, dalla sua solitudine egoistica, si propose di tornare per le strade del mondo a guarire le ferite del mondo.

Si sarebbe essa pure fermata vicino a tutti i malcapitati della vita per assisterli e dire loro che c’è sempre un Amore che salva, un Amore che si ferma accanto a chi soffre, a chi è solo, a chi è disprezzato, a chi si disprezza da se stesso, avendo dilapidato tutta la propria umana dignità.

Alla finestra della sua casa avrebbe messo una lampada, sempre accesa, come segno per gli sbandati della notte, e la sua porta sarebbe rimasta sempre aperta, per gli amici e per gli sconosciuti, perché chiunque – affamato, assetato, stanco – possa sedersi alla mensa della fraternità universale".

Il messaggio della parabola è chiaro: quando la famiglia sente di essere amata – amata da Dio – non può non amare gli altri. E gli altri sono tutti coloro che si incontrano all’interno della coppia e della famiglia (il coniuge, i figli, i fratelli, i nonni, ecc.), della comunità cristiana e della società tutta. Con questo amore la famiglia si fa "prossima" a tutti coloro che incontra sulle strade della vita: diventa il buon Samaritano, di cui ha bisogno il mondo.

Questo la famiglia deve fare, accogliendo l’appello di Gesù rivolto un giorno al dottore della legge: "Va’ e anche tu fa’ lo stesso" (Luca 10,37).

 

Parte Seconda

L’incontro tra Dio e la famiglia:_il cammino di fede

L’avventura della famiglia è sì un’avventura "umana", nella quale sono coinvolti come protagonisti l’uomo e la donna, i genitori e i figli, la famiglia e la società; ma letta in profondità è un’avventura "più che umana", è un’avventura propriamente "religiosa", perché in essa, lo si sappia o no, lo si voglia o no, si inseriscono – dall’inizio alla fine – la presenza e l’azione di Dio. Come la storia dell’umanità è la storia dell’incontro e del dialogo tra Dio e l’uomo, così la storia della famiglia trova la sua verità ultima nell’essere un rapporto d’amore e di vita da parte di Dio con l’uomo e da parte dell’uomo con Dio.

È su questa prospettiva religiosa che vogliamo ora soffermarci, in ordine a cogliere la sfida evangelizzatrice e missionaria della Chiesa oggi, in particolare della nostra Chiesa di Genova.

Il nostro impegno spirituale e pastorale rivolto al cammino di fede delle famiglie è chiamato ad affrontare, tra le altre, quattro importanti questioni:

1) -il passare dalla semplice religiosità alla fede autentica,

2) il progredire verso la "maturità" della fede,

3) la pastorale per e con i non credenti,

4) l’iniziazione cristiana dei figli.

I. Le nostre famiglie_tra semplice religiosità_e fede autentica

15. Diciamo subito che la prospettiva religiosa della famiglia, almeno in linea generale, è molto lontana, anzi estranea e persino rifiutata dalla cultura oggi dominante. Questa è per una prospettiva decisamente "laica" nell’interpretare i valori e le esigenze della famiglia, nell’affrontarne i problemi e nel cercarne le soluzioni.

Si ritrova anche, o soprattutto, nella vita vissuta delle famiglie l’effetto del fenomeno storico del secolarismo o laicismo che, com’è noto, conduce a interpretare la vita – e di conseguenza a prendere decisioni e ad assumere comportamenti – dimenticando o rifiutando la presenza di un Altro al di sopra e all’infuori dell’uomo, la presenza cioè di un Assoluto, di un Trascendente, di Dio! L’uomo basta a se stesso: si autospiega e si autorealizza. Si vivono allora l’amore e i sentimenti tra gli sposi, si affrontano i più diversi problemi della vita familiare, si desidera o si respinge una nuova vita, ci si comporta nelle relazioni con gli altri nei più vari ambienti della vita sociale "come se Dio non esistesse", "come se Cristo non esistesse"! Esattamente, come gli antichi e i nuovi "pagani"!

Se guardiamo la situazione più comune e abituale nella quale si trovano a vivere le nostre famiglie, l’interrogativo posto all’inizio Famiglia, dove sei? conosce questa formulazione: dov’è la famiglia "cristiana"?, dov’è la famiglia "religiosa"? Pare davvero che i Tempi Moderni abbiano radicalmente rivoluzionata la famiglia, dandole volti inediti rispetto al passato!

Ma se guardiamo l’attuale situazione sociale e culturale in modo completo, dobbiamo registrare anche l’esistenza di segni – e di segni autentici – di religiosità nella vita delle famiglie. In realtà, il processo di secolarismo e di scristianizzazione, da un lato non ha contagiato tutti né è giunto alle sue estreme conseguenze, e dall’altro lato – quasi per reazione, e comunque perché dal cuore umano non si possono estirpare le radici della sua origine da Dio – ha suscitato in alcuni una "nostalgia" del sacro e ha alimentato in altri la "ricerca" di una fede più autentica. Come sempre, non solo nell’ambito morale del bene e del male, ma anche in quello religioso dell’accoglienza e del rifiuto di Dio e dei valori spirituali, viene realizzandosi nella storia – anche nella storia d’oggi – la parabola evangelica della compresenza del grano e della zizzania (cfr. Matteo 13, 24-30).

16. Per una lettura più adeguata della situazione sociale, culturale e religiosa delle famiglie d’oggi si deve distinguere tra religiosità e fede: infatti può esistere una "religiosità" nella famiglia, senza che questa religiosità si configuri anche come una vera e propria "fede".

La religiosità è qualcosa di più naturale, quasi di "istintivo", nell’uomo; qualcosa che rimane spesso vago e generico o che addirittura prescinde dal credere in determinate verità e dall’osservare certe norme di vita; qualcosa che si sviluppa come prevalente o esclusiva ricerca di autosoddisfazione, e che soprattutto non origina un rapporto veramente personale con il Dio vivo e vero, il Dio che ci crea, ci ama e ci accompagna in modo personale, unico e irripetibile.

La fede, invece, è qualcosa di molto più profondo, insieme di molto più bello ed esigente, della semplice religiosità: è, in sintesi, l’adesione della persona che in modo cosciente e libero dice il proprio "sì" d’amore e di vita a Dio, il quale si rivela e si comunica all’uomo attraverso la parola e l’azione di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto, il Signore presente con il suo Spirito nella Chiesa e il Giudice giusto e misericordioso che verrà a giudicare i vivi e i morti.

In questo senso, la nostra situazione sociale, culturale e religiosa non è priva di famiglie "credenti", che vivono la fede, più precisamente la fede cristiana. Ma di nuovo ci si trova di fronte ad alcune "lacune", che peraltro tendono ad estendersi in modo sempre più ampio e capillare e che finiscono per essere accettate come del tutto "normali". E così ci si accontenta della fede come di fatto viene vissuta e neppure si pensa a possibili passi ulteriori sul cammino della fede.

Mi riferisco, in specie, ad una fede che si esaurisce in alcune forme o pratiche tradizionali e che manca di incisività esistenziale e culturale: si limita, infatti, a rispettare alcuni appuntamenti "sacramentali", senza che questi comportino un reale cambiamento di vita, a cominciare da una mentalità rinnovata, propriamente evangelica. E questo – e siamo così alla seconda lacuna – soprattutto per quanto riguarda la vita vissuta degli sposi e delle famiglie: è una vita che il più delle volte si ispira ai criteri del "mondo" (o del "fanno tutti così") e non a quelli del "Vangelo" ("Avete inteso che fu detto agli antichi... Ma io vi dico...").

17. Proprio in riferimento alla vita delle nostre famiglie si deve registrare il persistere di tradizioni che comportano, tuttora in modo abbastanza generalizzato, la richiesta dei sacramenti: del Battesimo per il figlio che nasce, della Prima Comunione per i bambini, della Cresima per i fanciulli, dello "sposarsi in chiesa" per i giovani. Ci si deve comunque chiedere con grande onestà: sino a quando persisterà una simile "tradizione" e, ancor più, che "significato" viene realmente attribuito dalle famiglie a questi "appuntamenti" di Chiesa? È il significato di un "sacramento", ossia di un incontro misterioso e reale di Dio che salva l’uomo e gli dona la sua stessa vita e, insieme, una risposta personale e vitale dell’uomo al dono dell’amore di Dio, oppure è il significato di una semplice "cerimonia" che è diventata costume sociale e che si risolve in elementi esteriori, come i vestiti, i regali, gli inviti, le fotografie, ecc.?

Non manca una certa abitudine ad andare a Messa la Domenica e nelle cosiddette Feste di precetto. Ma, nuovamente, le domande s’impongono: quanta è la percentuale dei battezzati che vi partecipano? Quali sono i ritmi di frequenza? Com’è la "qualità" della partecipazione? Quale l’incidenza spirituale e missionaria della Messa nella vita quotidiana dei battezzati? L’Eucaristia domenicale e festiva è un fatto a sé, un precetto da soddisfare, oppure è il termine e l’impulso di una vera vita cristiana di fede e di preghiera? La celebrazione liturgica riesce a confermare e a rinnovare la fede, mediante un religioso ascolto della Parola di Dio e un impegno ad assolvere gli appelli di vita che una simile Parola fa risuonare nella coscienza cristiana?

Ancora più partecipato, non poche volte dagli stessi indifferenti e non credenti, è il momento dei funerali religiosi. Come non interrogarci sul significato religioso, meglio di fede cristiana, che i funerali celebrati nelle nostre chiese riescono a manifestare e a far vivere in quanti vi partecipano? Qual è il peso del costume sociale insieme a quello più nobile del sentimento umano di partecipazione alla sofferenza dei familiari e degli amici del defunto? E quale sorprendente "novità" alla celebrazione dei funerali può portare il Vangelo, con l’annuncio di Cristo risorto vincitore della morte, con la presentazione della morte non come caduta nel nulla ma come transito all’incontro definitivo con Dio, con la professione di fede nella risurrezione della carne e con la proclamazione della speranza della vita eterna?

18. Già sopra abbiamo ricordato un’altra "lacuna" presente anche nelle famiglie "credenti". Ora però la vogliamo puntualizzare maggiormente. Alla lacuna generale di una fede che si accontenta di riti e di pratiche religiose, tendenzialmente segnati dall’esteriorità e dall’individualismo, e che non "morde" più di tanto il vissuto personale e sociale, è da aggiungersi la lacuna specifica che riguarda la vita del matrimonio e della famiglia: qui lo spettacolo si fa più povero e preoccupante.

Ci si deve, infatti, chiedere quanto la fede cristiana riesce a offrire veramente agli sposi e alle famiglie elementi nuovi e originali di giudizio e di decisione concreta circa le realtà di cui è quotidianamente intessuta la loro vita. Tutti (o quasi) battezzati, tutti (o quasi) sposati in chiesa – aggiungiamo, tutti (o quasi) praticanti che vanno alla Messa, chiedono i sacramenti per i figli, sono fedeli a delle tradizioni religiose, ecc. –, ma la situazione piuttosto generale è quella di sposi e di famiglie che di fatto vivono "come se Dio non esistesse", "come se Cristo non esistesse"! Ripetiamolo, è la situazione di sposi e di famiglie che di fatto vivono da "pagani".

Sono proprio le realtà tipiche dell’esistenza coniugale e familiare che non sono "sentite" permeate, vivificate e trasformate dal loro essenziale rapporto con Dio. Quel "sentite" rimanda, certo, alla "esperienza" umana così come è percepita e vissuta dalle coppie e dalle famiglie, ma rimanda, più radicalmente, alla "fede" che, quasi snervata e stanca, rimane "silenziosa e sterile" di fronte alle realtà tipiche del matrimonio e della famiglia. Il Vangelo – ossia la "lieta notizia" della salvezza, che è la persona stessa di Gesù Cristo – per tante coppie e famiglie di battezzati di fatto "non dice nulla" e "non fa nulla" nei riguardi del loro amore e della loro comunione, del dono della vita e dell’educazione che offrono ai figli, dei compiti che hanno verso la comunità cristiana e verso la società civile.

Quanti sposi cosiddetti credenti sono gioiosamente consapevoli che il loro amore, è sì il loro amore umano, ma in profondità è l’amore stesso di Dio creatore e di Gesù Cristo redentore, un amore che "purifica" e "rinnova" l’amore umano, rendendolo una vera partecipazione dell’amore divino? E quanti sanno che l’esigenza di un amore coniugale da viversi tra un solo uomo e una sola donna per sempre, e dunque nell’indissolubilità e nella fedeltà, non è solo un requisito umano della necessaria stabilità sociale ma è anche e soprattutto il frutto del sacramento del matrimonio, che abilita e impegna gli sposi a condividere l’assoluta fedeltà dell’alleanza di Dio con il suo popolo e di Cristo Gesù con la sua Chiesa?

E quanti sanno vedere nella generazione del figlio una "procreazione", nel senso etimologico della parola, ossia una partecipazione al Dio vivente che vuole donare la vita servendosi dell’amore fecondo degli sposi? Quanti sentono di ripetere il grido ammirato di Eva, la prima madre della storia: "Ho acquistato un uomo dal Signore" (Genesi 4,1)? E ancora: quanti genitori sentono il loro compito educativo come una condivisione dell’autorità paterna e materna di Dio che educa il suo popolo e fa crescere i suoi figli? Che dire poi della famiglia cristiana come "Chiesa domestica" o "piccola Chiesa", inserita nella grande Chiesa e fatta partecipe della sua vita e della sua missione?

Sono, queste, soltanto alcune delle domande che si dovrebbero fare per verificare l’impatto della fede cristiana sulle diverse realtà della vita coniugale e familiare. Sono, comunque, più che sufficienti per rilevare la superficialità e la genericità della fede che toccano non poche famiglie cosiddette credenti!

E così l’interrogativo Famiglia, dove sei? che abbiamo posto all’inizio ci si ripresenta in questo finale con una intensità e urgenza ancora più grandi nella nostra situazione sociale, culturale e religiosa: dov’è la famiglia "cristiana", la famiglia veramente "credente"? È un interrogativo che ci deve profondamente inquietare, quasi fossimo in permanente ascolto della grave parola di Gesù: "Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?" (Luca 18,8). Ed è, insieme, un interrogativo che ci deve entusiasmare ed esaltare, perché tiene desta e riaccende sempre nel nostro cuore – dentro la comunità cristiana – la missione evangelizzatrice che Cristo risorto ci ha affidato: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Matteo 28,18-20).

ii. adulti e fede "adulta"

Di fronte alla situazione religiosa e di fede della maggioranza delle nostre famiglie, afferrati e quasi pressati dalla duplice parola di Gesù ora ricordata, ci chiediamo: che cosa possiamo e dobbiamo fare?

Certo, ci dobbiamo rivolgere a queste coppie e famiglie "credenti", in possesso di una fede "vera" anche se "lacunosa" per i motivi sopra rilevati. Ma che fare? Il nostro atteggiamento pastorale si deve ispirare a quello dello "scriba divenuto discepolo del regno dei cieli": è l’atteggiamento simile a quello di "un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche" (Matteo 13,52).

Prendere il largo, oltre l’opera_di correzione e di miglioramento

19. Di fronte alla fede lacunosa di tante coppie e famiglie, anzitutto, dobbiamo fare opera di "correzione" e di "miglioramento". È nella pastorale ordinaria (dunque nelle occasioni più abituali della richiesta dei sacramenti per i figli, della partecipazione alla Messa domenicale, della presenza in chiesa per i funerali e di altri incontri con il prete e con la comunità cristiana) che va fatto uno sforzo più deciso per "colmare" le lacune della vita di fede, nel senso di eliminare equivoci e storture, aiutare a scendere oltre gli aspetti esteriori e superficiali, spingere verso una conoscenza più piena della fede e verso una adesione più personale alla vita di fede.

In questa azione pastorale ordinaria – e spesso quotidiana – si deve vincere la tentazione di accontentarsi dell’esistente, rimanendo rassegnati di fronte alla situazione nella quale versa la fede di tanti (dei più), che sopra abbiamo definita "povera e preoccupante". Nell’operatore pastorale, a cominciare dal prete, una simile tentazione corrisponde esattamente a quella dei credenti che, radicati nelle loro abitudini e adagiati nella loro pigrizia, si accontentano dei passi compiuti ritenendoli il tutto del loro cammino di fede. Com’è facile ed insidiosa questa tentazione quando si fanno numerosi e gravi gli insuccessi, le fatiche e le delusioni dell’impegno pastorale!

Correggere e migliorare la situazione. È necessario, ma non basta. Occorre andare oltre e fare una proposta chiara e forte, ossia comunicare la fede cristiana nella sua integralità e autenticità. La fede, infatti, è un dono libero e gratuito di Dio, la cui fisionomia e il cui dinamismo sono stati pensati, voluti e strutturati da Dio stesso. La fede è una vita nuova offerta all’uomo cosciente e responsabile con contenuti, tappe e mete ben definite, che il credente è chiamato a conoscere e a seguire.

Puntare in questa direzione "alta" non è qualcosa né di eccezionale né di opzionale nella nostra azione pastorale. È invece parte del tutto "normale" e "necessaria" di questa azione. Proprio qui deve svilupparsi la nostra "conversione" pastorale, ossia il modo originale e nuovo – secondo il Vangelo – di intendere e di vivere l’impegno della nostra missione nella Chiesa. Proprio in rapporto alla fede – che costituisce il bene più prezioso che Dio offre all’uomo e il contenuto centrale e unificante di tutta la missione evangelizzatrice della Chiesa – non ci è lecito "abbassare" l’ideale che Dio ci dona, non ci è lecito "frenare" il dinamismo del suo disegno, non ci è lecito ritenere che "il braccio di Dio si è abbreviato" e che quindi la sua grazia ha perso di efficacia, non ci è lecito "non dare fiducia" alla capacità di ogni uomo di rispondere in pienezza alla chiamata del Signore. Non ci è lecito... In positivo ci è chiesto di "prendere il largo", di puntare decisamente alla comunicazione della fede, e della fede nella sua integralità e autenticità, come al contenuto primo e irrinunciabile, esigente ed esaltante della nostra azione pastorale.

E questo è da farsi, anzitutto, nei riguardi degli adulti. Certo, rimane sempre aperto lo spazio del comunicare la fede ai bambini e ai fanciulli, anche perché la fede è adulta non tanto in senso cronologico, in rapporto dunque all’età, quanto in senso assiologico o di valore. La fede adulta è quindi possibile anche ai bambini, come peraltro dimostra la storia – anche recente – della santità nella Chiesa (cfr. ad esempio san Domenico Savio, santa Maria Goretti, i santi pastorelli di Fatima Giacinta e Francesco). Se dobbiamo riferirci prioritariamente agli adulti, è non solo per la loro presenza numerica nelle comunità cristiane, ma ancor più per il compito missionario di evangelizzazione loro affidato.

20. Ora dobbiamo entrare nel merito dei contenuti della comunicazione della fede nella sua integralità e autenticità, chiedendoci: quando e come la fede cristiana è adulta o matura?

Per la risposta rimandiamo a quanto più volte è stato oggetto di riflessione e di puntualizzazione, sia teorica che operativa, nelle Lettere che hanno proposto, di anno in anno, le "linee per una pastorale organica e unitaria dell’Arcidiocesi di Genova", in particolare nella presentazione del cammino di fede dei discepoli di Emmaus (cfr. Lettera Resta con noi, Signore), e dell’apostolo Tommaso nell’incontro con Cristo risorto (cfr. Lettera Vieni Spirito Creatore), come pure nelle Meditazioni quaresimali sulle figure di Giona, di Zaccheo, di Giovanni Battista, del "grande tentatore" e del "buon ladrone". In una maniera particolare rimandiamo agli "orientamenti" e alle "indicazioni" date alla Diocesi al termine della Visita Pastorale (1° novembre 1996-30 maggio 1999), così come sono state formulate nella Lettera Nel cuore della Trinità (cfr. soprattutto i nn.13-24) e che mettono in luce i tre valori e le tre esigenze fondamentali della fede cristiana: sono questi i contenuti essenziali di una fede "adulta".

Questi contenuti sono illustrati con tre passi biblici. Il primo, nella figura di Maria la sorella di Marta, descrive il credente come discepolo della Parola di Dio, che è Cristo Gesù: "Maria, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola" (Luca 10,39). Il secondo passo, nella figura dei discepoli di Emmaus, indica nel credente l’amico di Gesù, che lo incontra nell’Eucaristia e nella preghiera: "Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero" (Luca 24,30-31). Il terzo e ultimo passo, nell’esempio di Gesù che lava i piedi agli apostoli (cfr. Giovanni 15,13-15), delinea il volto del credente come colui che obbedisce al nuovo comandamento dell’amore servendo con umiltà e nel dono di se stesso.

Ecco allora i contenuti centrali che decidono della fede cristiana adulta: l’ascolto della Parola, l’incontro personale con Gesù nei sacramenti e nella preghiera, l’obbedienza al comandamento dell’amore che serve e si dona. In questa prospettiva sono da riproporre, con fiducia e in continuità, come mete da raggiungersi nella comunicazione della fede questi tre fondamentali contenuti.

Sempre più discepoli della Parola

21. Il primo contenuto della fede adulta è il religioso ascolto della Parola di Dio, che ci rende sempre più discepoli di Gesù. In questo senso la fede è accoglienza della Parola di Dio che si rivela all’uomo, meglio è adesione a Dio Padre che ci parla nel Figlio Gesù, e dunque è dono di una "nuova intelligenza" che ci mette a parte della conoscenza che Dio ha di se stesso e del suo disegno di salvezza.

– Per comunicare una simile fede si rende necessaria da parte dei preti, in particolare, una rinnovata cura per l’omelia della Messa e di altre celebrazioni liturgiche: un’omelia che riproponga sempre l’annuncio convinto e gioioso del kerigma, ossia di Gesù Cristo il Figlio di Dio incarnato, morto e risorto, presente nella sua Chiesa e operante nella forza del suo Spirito, unico Salvatore del mondo. Una simile omelia, adeguatamente preparata, dev’essere capace di presentare "chi è Gesù" e "chi è il discepolo di Gesù", dunque la figura di Cristo nella sua bellezza e nel suo fascino e la figura del discepolo come di colui che lo segue condividendone la vita, la missione, il destino e la gioia. Un’omelia pertanto fortemente cristologica: certo capace di intercettare tutti i problemi dell’oggi, ma sempre illuminati e avviati a vera e piena soluzione dalla parola evangelica. Grande davvero, nella comunicazione della fede adulta, è la responsabilità, e prima ancora la grazia, del servizio della Parola (ministerium Verbi) del prete! Mi sia consentito qui rimandare a quanto ho scritto nella Lettera pastorale ai Presbiteri della Chiesa di Genova La vita spirituale del prete circa il "custodire" e l’"annunciare" la Parola (cfr. nn. 16-19).

– Detto questo per i presbiteri, per tutti i fedeli (presbiteri compresi) in ordine alla loro fede adulta si pone come assolutamente necessario l’impegno di conoscere e di meditare la Parola di Dio. Rimane in tutta la sua forza e attualità l’appello lanciato quarant’anni fa dal Vaticano II: "Il santo Concilio esorta con forza e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere "la sublime scienza di Gesù Cristo" (Filippesi 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. "L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo" (san Gerolamo)" (Dei Verbum, 25).

In termini più immediati e concreti ribadiamo la necessità di rendere familiari, anzi desiderate e amate, a tutti i nostri fedeli la lettura, la meditazione, la preghiera dei santi Vangeli. Sì, a tutti – come meta certamente impegnativa ma quanto mai significativa e feconda –, perché il Vangelo è un grande dono d’amore e di vita che il Signore non riserva ad alcuni pochi privilegiati, ma vuole offrire a tutti, senza alcuna distinzione, tanto più che i "piccoli" (e i poveri in senso materiale e morale) sono i primi candidati alla "conoscenza" delle "cose di Dio". Non ce l’ha richiamato Gesù nel suo cantico di lode al Padre? "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te" (Matteo 11,25-26).

– Aggiungiamo ancora la necessità di fare una paziente e coraggiosa opera educativa perché, almeno in occasione di ritiri o incontri spirituali e specialmente nei tempi dell’Avvento e della Quaresima, si diffonda anche nell’ambito parrocchiale e vicariale – nei gruppi e nella comunità – la lectio divina. Rivolgendosi a tutti, il Papa scrive: "È necessario che l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza" (Novo millennio ineunte, 39).

È in questa linea che lo scorso anno abbiamo proposto a tutti un itinerario formativo diocesano sulla missionarietà con lo studio degli Atti degli Apostoli (cfr. Lettera Chiesa di Genova, prendi il largo, 39). L’itinerario è stato pensato per l’arco di un biennio, e in questo senso è destinato a svilupparsi anche nel prossimo anno. L’auspicio è che chi ha responsabilmente iniziato l’itinerario, lo riprenda e lo rilanci migliorandolo; e chi per diversi motivi non l’ha iniziato, si decida con fiducia a farlo, utilizzando l’apposito sussidio diocesano, peraltro già disponibile.

In comunione personale_con Cristo Signore

22. Altra meta della fede adulta è l’incontro e la comunione personale del credente con Gesù Cristo nei sacramenti e nella preghiera. In questo ambito emerge la centralità dell’Eucaristia, il mysterium fidei per eccellenza. Chi partecipa alla vita diocesana sa bene che stiamo puntando in modo deciso e instancabile sulla piena "verità" e "qualità" della celebrazione eucaristica, come ad un obiettivo centrale della vita di fede delle nostre comunità e dei singoli cristiani. Su questo obiettivo e sulla strada per giungervi hanno riflettuto a lungo il Consiglio Presbiterale Diocesano e i Vicari, così come si sono tenuti gli incontri diocesani del Clero lo scorso anno.

Il mio senso di responsabilità pastorale mi porta a riproporre, ancora una volta, una serie di "attenzioni" che si devono avere perché risplendano davanti a tutti la verità e la bellezza spirituale della santa Messa. Occorre, come scrivevo nella Lettera Nel cuore della Trinità (n. 16), promuovere:

" – una partecipazione integrale, dall’inizio alla fine, nel segno della puntualità e del tempo donato volentieri al Signore;

– un amore più vivo e una cura più intensa per il "rito" liturgico, così che possa veramente diventare un "segno" del "grande Mistero" che si compie, difendendolo da tutto ciò che sa di improvvisato, di trasandato, di sciatto, di sbrigativo...; in particolare la liturgia dev’essere "vera", e perciò stesso "bella" e "gioiosa"...;

– una fede convinta e sentita nella Presenza Reale di Gesù sull’altare in corpo, sangue, anima e divinità: una fede che si esprime in precisi gesti e atteggiamenti, come la genuflessione, il silenzio, il raccoglimento, la calma, la preghiera, il canto sacro e la musica liturgica...;

– un’adeguata preparazione e ringraziamento alla santa Messa, perché questa risulti veramente il centro di una decorosa celebrazione;

– un giusto spazio riservato all’Adorazione e alla Visita eucaristiche: come Gesù ha esaudito la richiesta dei discepoli di Emmaus "Resta con noi perché si fa sera" (Luca 24, 29), così ora tocca a noi "restare con Lui"!".

23. Sempre in rapporto alla qualità dell’Eucaristia, una esigenza si fa sempre più forte: è quella del suo inserimento nella riscoperta e nella rivalorizzazione del significato cristiano della Domenica, del "Giorno del Signore", e questo nel contesto più ampio dell’intero Anno Liturgico della Chiesa. Al riguardo il Santo Padre, facendoci dono d’una bellissima Lettera apostolica, intitolata Dies Domini (31 maggio 1998), ci invita a dare "particolare rilievo all’Eucaristia domenicale e alla stessa domenica, sentita come giorno speciale della fede, giorno del Signore risorto e del dono dello Spirito, vera Pasqua della settimana". E nella lettera Novo millennio ineunte precisa: "Da duemila anni, il tempo cristiano è scandito dalla memoria di quel "primo giorno dopo il sabato" (Marco 16,2.9; Luca 24, 1; Giovanni 20,1), in cui Cristo risorto portò agli Apostoli il dono della pace e dello Spirito (cfr. Giovanni 20,19-23). La verità della risurrezione di Cristo è il dato originario su cui poggia la fede cristiana (cfr. 1 Corinzi 15,14), evento che si colloca al centro del mistero del tempo, e prefigura l’ultimo giorno, quando Cristo ritornerà glorioso..." (n. 35).

Tutti vediamo come la situazione sociale e culturale d’oggi, anche nell’ambito della vita familiare, renda particolarmente complesso e forse quasi insolubile il problema pastorale del ricupero e del rilancio del significato cristiano della Domenica. Ma i valori in gioco sono tali che il problema ci deve giustamente preoccupare. Certo, non lo si risolve con la rassegnazione, arrendendoci quasi sopraffatti e vinti dalla situazione. In questa prospettiva affidiamo agli Uffici diocesani della Catechesi e della Liturgia di elaborare qualche sussidio, che solleciti la riflessione e offra qualche proposta per l’azione pastorale.

24. Infine, in intimo rapporto con i Sacramenti – essi stessi atti di culto a Dio – sta l’incontro con Cristo attraverso la preghiera. E questa è parte integrante, direi in qualche modo la "voce" stessa della fede: non c’è fede senza preghiera, così come non c’è preghiera senza fede! La preghiera costituisce allora un elemento essenziale di una fede "adulta". Occorre però una vera e propria educazione alla preghiera, perché questa – come scrive il Papa – è un’arte da apprendere: "Sappiamo bene che anche la preghiera non va data per scontata. È necessario imparare a pregare, quasi apprendendo sempre nuovamente quest’arte dalle labbra del Maestro divino, come i primi discepoli: "Signore, insegnaci a pregare!" (Luca 11,1)" (Novo millennio ineunte, 32).

È in questione, prosegue il Papa, un impegno che coinvolge le comunità cristiane come tali, e in un punto qualificante la loro attività pastorale: "Sì, carissimi Fratelli e Sorelle, le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche "scuole" di preghiera... Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi in qualche modo un punto qualificante di ogni programmazione pastorale..." (Ibid., 33-34).

In un contesto così serio e responsabilizzante, sento di dover nuovamente riproporre l’esigenza della "visibilità" della preghiera, specie da parte dei sacerdoti e delle persone di vita consacrata: "I fedeli hanno diritto di vedere l’esempio dei loro preti: li vogliono vedere in chiesa, davanti al Santissimo, in preghiera, e non di corsa per le "funzioni sacre". E se questo i nostri fedeli non lo chiedessero, non ci sarebbe qui motivo di seria riflessione?" (Nel cuore della Trinità, n. 18). Sento, inoltre, il bisogno di ricordare a tutti i cristiani che a vario titolo e in diverse forme sono "educatori" nella comunità ecclesiale, a cominciare quindi dai genitori, che rientra nella loro opera – e come parte assolutamente irrinunciabile – anche l’educazione alla preghiera. Ma, chiediamoci onestamente: gli educatori cristiani veramente pregano, per primi, e aiutano efficacemente gli altri a pregare?

Obbedienti al comandamento nuovo_della carità

25. Rientra nella fede "adulta", come sua componente essenziale, l’obbedienza al comandamento nuovo della carità. La fede, infatti, è una "conversione della mente e del cuore", in quanto offre al credente nuovi criteri di giudizio e di scelta nella vita d’ogni giorno, e la conversione significa concretamente "seguire" Gesù Cristo nel suo esempio di amore che umilmente serve e totalmente dona se stesso: "Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi" (Giovanni 15,14-15).

Per la sua stessa natura e per l’intimo dinamismo che la scuote, la fede non può non sfociare nell’amore: proprio nell’amore sincero e operoso essa trova il suo "compimento" e insieme promulga la sua legge di vita, la "legge nuova" per il credente. È la legge della fides quae per caritatem operatur (della fede che opera per mezzo della carità), secondo la formula trovata da san Paolo (Galati 5,6). Infatti, già la Parola ascoltata diviene per il credente luce che illumina i suoi passi e forza che sostiene il suo cammino nella vita, così come l’incontro personale con Gesù nei sacramenti e nella preghiera dona lo Spirito Santo, che è sorgente e alimento della carità.

Non ci soffermiamo ora sui contenuti, sulle caratteristiche, sulle istanze operative della carità – è un discorso più volte sviluppato –, anche perché un’intera parte del presente Percorso pastorale diocesano è dedicato a presentare le antiche e nuove povertà che oggi sfidano le famiglie e interpellano l’azione concreta della comunità cristiana e dei suoi vari soggetti. Ci preme solo richiamare, di fronte ad una facile e comune interpretazione ristretta o individualistica della carità, l’esigenza che la carità diventi stimolo per una carità propriamente ecclesiale e civile, ossia per un servizio alla Chiesa come partecipazione alla sua vita e alla sua missione e, insieme, per un servizio alla società umana come assunzione di responsabilità nell’ambito del territorio e nei diversi ambienti di vita sociale.

Per una fede armonica_nei suoi molteplici aspetti

26. Sempre in rapporto al cammino verso la fede "adulta" – oltre il triplice contenuto dell’ascolto della Parola, dell’incontro personale con Cristo, dell’obbedienza al precetto evangelico dell’amore – è da segnalare la fondamentale esigenza dell’armonia, anzi dell’unità tra i molteplici aspetti della fede stessa. Non è matura una fede che accentua o addirittura sottolinea in modo esclusivo qualche suo legittimo aspetto, attenuando però o persino eliminando altri aspetti, che sono invece egualmente necessari.

In questo senso desidero soffermarmi, tra le numerose forme che possono rendere disarmonica o dissociata la fede cristiana, su quelle più comuni e diffuse: in particolare sulle seguenti tre. Anche il superamento di queste forme, infatti, rientra nell’impegno spirituale e pastorale di proseguire con costanza il nostro cammino verso una fede veramente "adulta".

1) Da quanto abbiamo detto, la fede risulta essere una triade indivisa e indivisibile: una triade di Parola di Dio ascoltata, di Parola di Dio fatta carne in Cristo Gesù incontrato nei sacramenti e nella preghiera, di carità che serve e si dona. Ma è proprio questa profonda armonia, anzi questa unità che non poche volte viene a mancare, sicché la fede talvolta o non si preoccupa della Parola, o si concentra solo su di una pratica sacramentale, o prescinde da un impegno di carità.

Per questo l’obiettivo che i Vescovi italiani ci proponevano negli anni ’90, anche se esplicitato non in rapporto diretto alla fede ma alle dimensioni della Chiesa, era precisamente quello di "favorire una osmosi sempre più profonda fra queste essenziali dimensioni del mistero e della missione della Chiesa. Se la comunità ecclesiale è stata realmente raggiunta e convertita dalla parola del Vangelo, se il mistero della carità è celebrato con gioia e armonia nella liturgia, l’annuncio e la celebrazione del vangelo della carità non può non continuare nelle tante opere della carità testimoniata con la vita e col servizio. Ogni pratico distacco o incoerenza fra Parola, sacramento e testimonianza impoverisce e rischia di deturpare il volto dell’amore di Cristo" (Evangelizzazione e testimonianza della carità, 28).

2) Un altro sbilanciamento può facilmente sgretolare l’armonia e l’unità tra la dimensione personale e quella comunitaria della fede. Niente è così superlativamente personale come l’incontro che nella fede ciascuno di noi ha con Dio, un incontro segnato dalla nostra unicità e irripetibilità e soprattutto dal mistero di Dio che ci chiama per nome! E così la fede genera e alimenta in ciascuno di noi una comunione personalissima con il Signore. Ma questa stessa fede ci inserisce nella Chiesa quale comunità dei credenti in Cristo, e ci fa partecipi dell’unica e comune fede della Chiesa stessa. Nella situazione abituale, invece, sono da rilevarsi, da un lato non tanto l’aspetto propriamente personale quanto quello pesantemente individualistico – se non egoistico – della propria fede, e dall’altro lato la dimenticanza o comunque l’inadeguata valorizzazione dell’aspetto tipicamente ecclesiale.

Al contrario, l’"Io credo" e il "Noi crediamo" sono intimamente intrecciati tra loro nell’alveo vivo e vitale della Chiesa nostra Madre, che ci genera alla fede e ci fa crescere in essa. Rileggiamo quanto scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica in un suo passo molto suggestivo e incisivo: "La fede è un atto personale. È la risposta libera dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela. La fede però non è un atto isolato. Nessuno può credere da solo, così come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato l’esistenza. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri" (n. 166).

3) Accenniamo infine a un altro attentato alla maturità della fede: quello, da un lato, di una fede che si rifugia nell’intimità personale con Dio sino al punto di trascurare l’impegno fattivo dell’amore per il prossimo; e quello, dall’altro lato, di una fede che si appassiona a tal punto nel servizio e nella cura delle ferite e piaghe che affliggono la nostra società sino a trascurare l’intimità con il Signore. In positivo, è l’armonia tra la contemplazione e l’azione, tra l’azione e la contemplazione che dev’essere realizzata, sia pure con sensibilità e accentuazioni diverse in rapporto alle situazioni storiche concrete e alla particolare vocazione ricevuta da Dio. O, se si preferisce, si deve ricuperare e riproporre l’esigenza che la fede in Dio e in Cristo Gesù sia una fede "pensata", una fede cioè che, a partire dai nuovi criteri di giudizio e di scelta che scaturiscono dal Vangelo (la sapienza e la carità di Gesù), s’inserisca nel dibattito e nel vissuto culturali della nostra società con la forza di elaborare e di veicolare una "cultura nuova", e dunque un modo originale per risolvere tutti i problemi dell’uomo e della società, compresi quelli economici, sociali e politici.

È certo, comunque, che la fede matura trova nell’incontro con Dio la base più solida e la spinta più dinamica per amare il prossimo, così come nell’amore dei fratelli la fede trova la verifica inequivocabile della autenticità del suo rapporto con Dio. Ma, stante la nostra inclinazione più istintiva, è sulla contemplazione, sulla spiritualità che deve puntare in modo privilegiato il cammino della nostra fede. Solo la vera spiritualità può animare e salvare la solidarietà! Lo rileva instancabilmente il Papa, che nella Lettera Novo millennio ineunte parla dell’incontro con Cristo nella preghiera intensa, precisando subito che questa "tuttavia non distoglie dall’impegno nella storia: aprendo il cuore all’amore di Dio, lo apre anche all’amore dei fratelli, e rende capaci di costruire la storia secondo il disegno di Dio".

Concludiamo: è certamente più facile registrare nelle nostre famiglie "credenti" le non poche "lacune" della loro fede – una fede immatura, dunque –, che non programmare con loro il cammino spirituale per giungere ad una fede "adulta" e accompagnarle di passo in passo verso la meta. Ci deve stimolare in questo nostro compito la convinzione che proprio il cammino di fede costituisce il contenuto primo, anzi la ragione stessa di tutta la nostra attività pastorale. D’altra parte anche gli impegni più importanti e faticosi si possono assolvere solo con la pazienza e l’entusiasmo dei piccoli passi, con la comune decisione di valorizzare le varie iniziative concrete che qui sono state segnalate: soprattutto con una grande fiducia in Dio, che come Padre compassionevole e misericordioso vuole abbracciare e riabbracciare ciascuno dei suoi figli.

iii. la pastorale per e con_i non credenti

Riprendiamo l’analisi della situazione religiosa e di fede delle nostre famiglie, in ordine a conoscere ulteriormente la loro "povertà spirituale" e così definire altri impegni dell’azione missionaria ed evangelizzatrice della Chiesa nei loro riguardi.

I battezzati non credenti e i non battezzati

27. Nella molteplicità e diversità delle situazioni – che in un certo senso sono così personalizzate da essere proprie di ciascuna famiglia e di ciascun componente di essa – sono facilmente distinguibili due categorie di persone: i battezzati che non vivono la loro fede sino a divenire "non credenti", e le persone non battezzate e non credenti (almeno secondo la fede cristiana). Sono due categorie di persone che presentano, insieme ad elementi comuni, elementi specifici, e che pertanto domandano un intervento differenziato da parte della Chiesa.

1) Anzitutto, l’esperienza quotidiana ci mostra come nelle nostre stesse comunità cristiane sono ampiamente presenti dei battezzati – persone che con il Battesimo dato ai piccoli hanno ricevuto la fede della Chiesa – che vivono "lontani" dalla Chiesa, che sono religiosamente "indifferenti", che hanno perso (o ritengono di aver perso) la fede, che di fatto sono (o dicono di essere) "non credenti".

Il loro numero non è certamente piccolo ed è frutto, non poche volte, di un nuovo secolarismo, di un secolarismo cioè che "assume la forma, non della avversione e della lotta contro Dio, ma dell’ignoranza di Dio e della sua assenza dalla propria vita. L’uomo "nuovo" è senza religione e senza Dio, nel senso che non si pone il problema di Dio, non ha interessi religiosi vitali, anche se può essere interessato, per curiosità, ai fatti e agli avvenimenti religiosi. Egli non sente nessun bisogno di Dio, anche se in certi momenti e in certe circostanze della vita il pensiero di Dio lo sfiora e può anche scuoterlo dalla sua dimenticanza di Dio... Il numero di coloro che dichiarano di essere "senza religione" è oggi in forte crescita... Il secolarismo nel nostro Paese si esprime soprattutto nell’indifferenza religiosa, che, a quanto risulta dalle indagini di sociologia religiosa, toccherebbe il 50-60% degli italiani" (Un nuovo modello di uomo interpella la Chiesa. Fede cristiana e realtà italiana in "Civiltà Cattolica", 15 giugno 2002).

Non c’è dubbio che a questo secolarismo conduce, non soltanto la non conoscenza degli elementi essenziali della fede (non conoscenza che, peraltro, non è sentita né come un "vuoto" né come una "mancanza"), ma anche e soprattutto l’imporsi di un modello di uomo tecnologico, produttore e consumatore di beni materiali, alla ricerca del successo del tutto facile e del piacere nelle sue molteplici forme. In questa linea sembrano muoversi specialmente le nuove generazioni, le prime dunque – anche perché prive di solidi punti di riferimento – a consegnarsi all’indifferenza religiosa e al non credere.

2) Una seconda categoria di persone è data dai non battezzati, e come tali non credenti (almeno non credenti in Gesù Cristo e nella sua Chiesa). Anche queste persone sono presenti nelle nostre comunità ecclesiali, sia perché ci sono tra noi dei genitori battezzati che non chiedono il Battesimo per i loro figli, sia perché da noi giungono da altri Paesi persone che o non credono in Gesù Cristo o appartengono ad altre religioni o non hanno nessuna religione. Così, sia per il fenomeno dei bambini non battezzati, anche se appartenenti a genitori che hanno ricevuto il Battesimo, sia per l’avanzare di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, anche nelle nostre terre di antica cristianità si rende necessaria una vera e propria missio ad gentes.

In questo senso scrivevo lo scorso anno: "È comunque tempo di superare una prospettiva solo "spaziale" o "geografica" di missione ad gentes (i cosiddetti territori di missione, da noi lontani) per assumere una prospettiva più "personale": là dove ci sono non cristiani, non credenti in Gesù Cristo e nel suo Vangelo (sia singoli che gruppi), là si può e si deve attuare un’autentica missione ad gentes" (Chiesa di Genova, prendi il largo, 24).

Una preoccupazione pastorale_della Diocesi come tale

28. Come si vede, quelle ora descritte sono due situazioni un poco diverse tra loro, ma che confluiscono nell’essere portatrici di una grande povertà religiosa e spirituale. Proprio una simile povertà, oltre che il numero delle persone e delle famiglie coinvolte, sollecitano la Chiesa ad intervenire nella sua azione pastorale di annuncio e di testimonianza del Vangelo che salva. Possiamo chiamarla la pastorale per e con i non credenti. Noi cristiani dobbiamo tutti sentirci interpellati da una simile pastorale, perché anche a tutti noi è stata affidata la missione evangelizzatrice in tutta la sua possibile estensione.

Per la verità, come scrivevo lo scorso anno, "anche nella nostra Chiesa di Genova esistono da tempo esperienze permanenti di impegno missionario rivolte in modo specifico ai non credenti e agli indifferenti. Simili esperienze sono per lo più espressione di movimenti e di gruppi diversi. Ciascuna di queste esperienze è caratterizzata da una propria strategia e si avvale di un proprio metodo sviluppato con appropriati strumenti. Ma tutte, pure nella diversità e specificità di ciascuna, sono riconducibili ad un essenziale denominatore comune: si tratta di un percorso che, partendo dalla testimonianza personale, suscita le domande di fondo della vita e, sviluppando un dialogo nella carità e nella verità, conduce all’annuncio esplicito del Vangelo e sfocia in un cammino di vera e propria iniziazione e di perseveranza" (Chiesa di Genova, prendi il largo, 25).

Ma l’estensione e la gravità del fenomeno religioso dei "non credenti" all’interno delle nostre comunità sono tali da esigere non solo l’impegno – peraltro sempre insostituibile – delle singole persone (sacerdoti e laici) e di alcuni movimenti e gruppi, ma anche l’impegno più generale delle comunità cristiane come tali. È in questo preciso senso che ho chiesto alla Consulta diocesana delle aggregazioni laicali "di elaborare alcune linee per una "impostazione quadro", che potrebbero poi essere prese in considerazione dal Vescovo per un’iniziativa diocesana in cui possano riconoscersi tutti e tutti sentirsi impegnati".

Siamo così ormai in un ambito non opzionale ma necessario, non elitario ma comunitario, non eccezionale ma normale: la pastorale per e con i non credenti è parte integrante della pastorale "ordinaria", dunque della pastorale che impegna tutti e sempre. C’è così posto per le esperienze specifiche sopra ricordate – che pertanto devono ritenersi "espressioni "normali" della pastorale ordinaria" –, e c’è posto (e comunque dev’essere trovato e occupato) per le (nuove) esperienze generali e comuni: e le une e le altre in un felice rapporto di conoscenza vicendevole e di reciproco sostegno.

Le cinque tappe del cammino_di iniziazione cristiana

29. Ma quali sono i contenuti, le tappe e i metodi di questa pastorale? Certo, si tratta di "rievangelizzare" i battezzati indifferenti e non credenti e di portare il "primo annuncio" ai non battezzati.

Ma che significa più concretamente? Significa un approccio organico e un cammino strutturato che porti i non credenti, attraverso la riscoperta degli elementi fondamentali della fede, ad una maturità umana e cristiana e al loro pieno inserimento nella comunità ecclesiale, dando così la possibilità o di vivere coerentemente e generosamente il Battesimo già ricevuto o di riceverlo.

Il cammino si articola in cinque tappe, ossia in cinque passaggi attraverso i quali i non credenti si avvicinano e incontrano il Signore Gesù e la sua Chiesa e crescono nell’esperienza della fede sino alla sua maturità.

1) L’incontro personale. La prima tappa è sempre un incontro personale con l’altro: è l’instaurarsi di un contatto umano, è il primo ponte lanciato verso un’altra persona. E questo grazie alle tante occasioni che si presentano nella vita quotidiana: al lavoro, nel caseggiato, con gli amici, nella comunità parrocchiale (per la richiesta di un sacramento per i figli, nell’incontro dei genitori dei bambini impegnati nella catechesi o in gruppi, nella celebrazione di un matrimonio, per la domanda di un funerale, ecc.), nei momenti della sofferenza e nella richiesta di un aiuto materiale, durante una festa o un pellegrinaggio...

Ora nella comunità cristiana, che per sua natura dev’essere una "casa ospitale o di accoglienza", tutti devono sentirsi chiamati a questo incontro personale con il non credente. Per questo incontro non occorre una preparazione particolare: bastano – ma a questo ci si deve educare – l’attenzione all’altro, la conoscenza del cuore umano bisognoso di verità e di amore, la disponibilità a mettersi in relazione, la proposta di un’amicizia vera e disinteressata, l’offerta di un aiuto concreto nelle circostanze più semplici e urgenti della vita. Il cristiano non dimentichi, soprattutto, di affidare la persona incontrata al Signore, perché faccia sbocciare e crescere nel cuore di lei il germe della fede.

2) Il percorso di ricerca. Questa seconda tappa prevede un cammino più o meno lungo durante il quale il non credente viene aiutato – con amore discreto e delicato, in un clima di reciproco ascolto e di "non giudizio" – a far emergere e ad affrontare le domande di fondo dell’esistenza, spesso sommerse da molti altri interessi ma ben radicate nell’intimo d’ogni cuore: chi sono, da dove vengo, dove vado, che senso hanno il mio esistere e il mio soffrire e morire, quali sono i valori che veramente contano nella vita, che cosa pensare dell’al di là e della sete di infinito che abita ogni uomo? Riconosciamolo: troppo spesso in passato abbiamo creduto di poter dare risposte a chi neppure si poneva domande!

Le risposte a queste domande servono, abbattendo non pochi preconcetti e pregiudizi, a preparare l’incontro del non credente con Cristo, con Colui che solo dà la risposta piena e definitiva, perché lui "sa quello che c’è in ogni uomo" (Giovanni 2, 25).

Questa seconda tappa esige degli "accompagnatori", nel senso etimologico di persone che si fanno compagni di viaggio e che, con l’incontro umile e sincero e con la eloquenza della testimonianza personale, offrono la loro piccola luce nel cammino di ricerca della verità e del bene. Gli accompagnatori si ricordino che il primo compagno di viaggio è sempre e solo il Signore, "la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (Giovanni 1,9). A Cristo, dunque, e al suo Spirito di verità affidino chi è sulla via dell’incontro con il Signore.

3) L’annuncio esplicito e l’esperienza di Gesù. Durante il percorso di ricerca è cresciuta la domanda di cose serie e grandi e così si è accesa la fame di Dio. Ora la terza tappa è un’esperienza forte di annuncio di Gesù Cristo morto e risorto, "cuore" della fede cristiana. E così continua a risuonare nella storia il kerigma di Pietro e degli apostoli all’indomani della Pentecoste: "Gesù di Nazaret... voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato..." (Atti 2,22ss). L’annuncio è sempre una testimonianza viva e forte di Gesù Cristo, l’unico salvatore, che chiama ogni uomo all’incontro con sé e alla sua sequela dentro la comunità dei credenti, la Chiesa.

Questo annuncio viene fatto da un’équipe della comunità cristiana, da persone che hanno già fatto un loro cammino personale e che si sono opportunamente preparate insieme. L’esperienza va fatta preferibilmente in un luogo appartato, in ogni caso significativo: può trattarsi di due o tre giorni residenziali o di un fine settimana, comunque di un tempo breve ma intenso. L’équipe sia ben consapevole che l’annuncio kerigmatico ha la sua sorgente e il suo sostegno non nella voce degli uomini ma nell’azione dello Spirito Santo, che solo apre i cuori all’incontro con Gesù Cristo. E sia consapevole anche tutta la comunità cristiana, chiamata ad accompagnare l’azione segreta ed efficace dello Spirito con la sua preghiera e con gesti di conversione, con la partecipazione orante delle monache di clausura e con la motivata offerta della sofferenza da parte di persone anziane, malate e inferme.

4) L’ingresso nella comunità ecclesiale e il cammino di iniziazione. Chi incontra seriamente e gioiosamente Gesù, sente il bisogno di consolidare e approfondire il suo rapporto con lui. Si apre così l’esigenza di una nuova tappa nel cammino della fede: quella della scoperta gioiosa e della crescita graduale e costante nella fede e nella sequela di Cristo all’interno della comunità cristiana. È un vero e proprio cammino di iniziazione cristiana (catecumenato) che comporta l’incontro progressivo e continuato con la Parola di Dio, che deve illuminare e guidare le scelte di vita; la scoperta del "regno" di Dio come regno dell’amore, dell’amore che si rivela e si comunica nel Cristo della croce; il coinvolgimento nella comunità ecclesiale, con la partecipazione alla liturgia e con il servizio della carità verso i fratelli bisognosi e in una prospettiva aperta alla società e al mondo.

Un simile cammino propone un impegno personale serio, motivato e fedele: solo così, infatti, si può crescere nell’esperienza della comunione con il Signore dentro la comunità dei credenti. Per questo può adeguatamente snodarsi nell’arco di qualche anno e svilupparsi in "piccoli gruppi" di persone o nelle case o nella parrocchia o nel vicariato. Tale cammino deve avvalersi di accompagnatori – si dovrebbero definire propriamente "evangelizzatori" – che, in possesso di una formazione permanente e in stretto e costante contatto con i pastori, sono riconosciuti e mandati in modo ufficiale dalla Chiesa.

5) Il pieno inserimento e coinvolgimento nella comunità ecclesiale. Il cammino di iniziazione si conclude con il pieno inserimento nella comunità parrocchiale e con il coinvolgimento attivo e responsabile nella vita ecclesiale. È nella dinamica stessa della fede che cresce comunicare agli altri l’esperienza viva dell’incontro con il Signore, mettendo così al servizio di tutti, per l’utilità comune, i carismi e i doni specifici ricevuti dallo Spirito. La novità di vita, radicata nella comunione d’amore e di grazia con il Signore, porta ad un impegno propriamente missionario, di annuncio e di testimonianza della propria fede alle altre persone.

Tocca alla comunità ecclesiale accogliere con gioia questo cammino, favorendo cordialmente una buona integrazione di queste persone nella vita della Chiesa. In tal modo è tutta la comunità, sotto l’azione dello Spirito, a crescere nella comunione dei suoi membri e nello slancio missionario.

Fiducia e coraggio

30. È ora di concludere quest’importante capitolo sulla pastorale per e con i non credenti. Forse, questa verso i non credenti, ci parrà una pastorale particolarmente difficile e complessa, tale quindi da non poterla qualificare come "ordinaria". No! È una pastorale ordinaria, che chiede di essere affrontata con maggior fiducia e coraggio.

In realtà, ci viene incontro l’emergere di fatto di un bisogno religioso anche presso i non credenti: non manca l’istanza, talvolta latente e confusa, di esperienze e di risposte che diano respiro allo spirito, anche se non poche volte la soluzione viene ricercata in fenomeni quali la new age, il sincretismo religioso, il misterico (se non proprio il macabro). E, più ampiamente, ci viene incontro – anche in un contesto di degrado o povertà morale – la esigenza di valori morali: della giustizia, della solidarietà, della pace e di altri valori di fondo che si ritrovano in non poche persone, sia pure sotto una pesante coltre di confusioni e contraddizioni. Soprattutto ci viene incontro Dio stesso, che ha lasciato nel cuore di ogni uomo la traccia indelebile della sua origine e della sua meta divina: Dio, infatti, sta pazientemente in attesa di tutti e di ciascuno, anzi viene loro amorevolmente incontro! Senza dimenticare, infine, che il comando missionario di Gesù risorto: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura" (Marco 16,15) è sostenuto dalla grazia del suo Spirito, che sempre precede, accompagna e segue la nostra obbedienza alla parola di Gesù.

Sono dunque più che giustificati la fiducia e il coraggio di chi s’impegna nella pastorale per e con i non credenti. È un’azione che appartiene alla missione evangelizzatrice della Chiesa e che deve vedere tutti responsabilizzati. In tal senso chiedo alle parrocchie, e in specie ai consigli pastorali, di riflettere sulle cinque tappe del cammino di iniziazione cristiana: è una programmazione doverosa. Chiedo inoltre ai gruppi e movimenti che nella nostra Chiesa di Genova già da tempo sono impegnati in questa pastorale di mettersi a disposizione delle parrocchie e dei vicariati con le loro competenze e risorse, con l’intento di offrire non necessariamente le loro esperienze quanto la testimonianza convincente che certi cammini sono possibili e rispondono ad attese di fede che non ci è affatto lecito trascurare. Chiedo, infine, che il vicario episcopale per l’evangelizzazione studi come costituire, presso il Centro diocesano, un piccolo gruppo di servizio per la pastorale dei non credenti sperimentata e sperimentabile in Diocesi, con il compito di promuoverla e di preparare adeguati sussidi.

iv. l’iniziazione cristiana dei figli

31. Nel cammino di fede delle famiglie un momento veramente speciale è dato dalla celebrazione dei sacramenti dei figli, in particolare i sacramenti dell’iniziazione cristiana, ossia il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia.

È questo un campo pastorale segnato, presso le nostre comunità, da tanta generosità e insieme da tanta fatica. La generosità è quella dei preti, dei catechisti, e spesso dei genitori, ma in primo luogo degli stessi bambini e fanciulli con la loro disponibilità e talvolta con il loro entusiasmo. E la fatica è legata alle numerose difficoltà che quotidianamente s’incontrano e che rendono l’impegno pastorale pesante, preoccupato e deludente.

Ormai sta crescendo la consapevolezza che la pastorale dei sacramenti dell’iniziazione cristiana ha bisogno di un rinnovamento più energico e insieme di alcune iniziative più coraggiose. Le ragioni di questa necessità sono note: alla buona (o discreta) partecipazione dei bambini e fanciulli alla catechesi non corrisponde una loro analoga partecipazione alla Messa domenicale. I genitori sono spesso assenti o solo parzialmente e faticosamente si lasciano coinvolgere in un cammino di fede insieme ai figli. La stessa comunità parrocchiale fatica ad avvertire il significato di grazia e di responsabilità che la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana ha per la sua vita di comunione e per la sua missionarietà: in genere si limita a fare da contorno ad una celebrazione che è sentita, tutto sommato, come un "problema di altri".

Ancora più preoccupante risulta essere la concezione abituale che tanti adulti hanno di questi sacramenti: questi sono colti in modo piuttosto superficiale, povero, incompleto, se non deformato, perché ricondotti ad occasioni di festa per familiari e amici, a momenti sociali tradizionali anche se di stampo "religioso". Pure preoccupante è la scarsa o nulla incidenza reale di queste celebrazioni nella vita vissuta, sia dei piccoli che dei grandi: i sacramenti ricevuti non danno origine ad una vera conversione alla vita nuova di Cristo nella sua Chiesa. Ne è prova, tra l’altro, il rarefarsi della partecipazione alla catechesi da parte dei ragazzi con il crescere degli anni, e il loro progressivo distaccarsi dalla vita liturgica e associativa delle comunità parrocchiali.

Se questo è vero, senza peraltro dimenticare la presenza di non pochi aspetti positivi e promettenti, ci si deve seriamente interrogare sulla necessità di una conversione pastorale al riguardo. Non possiamo certo negare che i sacramenti sono doni di Dio, che la sua grazia è qualcosa di assolutamente gratuito, che il Signore ha le sue strade (spesso nascoste) e i suoi tempi (da noi non conoscibili) per raggiungere e salvare l’uomo. Ma altrettanto non possiamo negare che i sacramenti sono donati dall’amore di Dio all’uomo libero e responsabile: per questo l’uomo deve prepararsi a ricevere il dono di Dio e deve impegnarsi a viverlo in modo coerente e generoso nelle scelte concrete della sua esistenza.

D’altra parte, oggi rispetto al passato, è profondamente cambiato il contesto religioso delle nostre comunità e delle nostre famiglie; e questo reclama con forza che sia ripensata la nostra azione pastorale: non può continuare a seguire invariabilmente determinati cammini, ma deve avere la sapienza e il coraggio del rinnovamento. Oggi non possiamo limitarci ad aspettare il momento in cui i genitori vengono a chiedere i sacramenti per i figli, ma dobbiamo andare loro incontro, o meglio anticipare il più possibile l’incontro. E non occorre andare molto lontano per incontrarli: sono i nostri vicini di casa, sono il nostro prossimo più immediato, al quale donare "...l’umile testimonianza della nostra vita e la Parola di Dio che salva... una carità delicata e premurosa, paziente e piena di speranza..." (Chiesa di Genova, prendi il largo, 16).

In questa prospettiva presentiamo alcune linee di fondo che devono guidare la nostra pastorale.

L’iniziazione cristiana,_la comunità ecclesiale e le famiglie

32. L’iniziazione cristiana è il cammino attraverso il quale l’uomo diventa cristiano. Si tratta di un cammino che si snoda attraverso diverse tappe: l’annuncio della Parola, l’accoglienza del Vangelo che provoca la conversione, la professione di fede, il Battesimo, il dono dello Spirito Santo nella Confermazione, la prima Comunione eucaristica, e infine il tempo della "mistagogia", cioè il tempo di una più piena e fruttuosa intelligenza dei misteri grazie alla partecipazione ai sacramenti e all’esperienza della vita cristiana.

Come si vede, un primo e fondamentale ricupero e rilancio pastorale è la convinzione, da avere e da infondere negli altri, che l’iniziazione cristiana raccoglie e dispiega in profonda unità i contenuti della Parola, del sacramento e della vita nuova o carità. L’iniziazione è alla vita cristiana, che comprende in modo inscindibile l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dei sacramenti, la sequela di Cristo e del suo comandamento di amore dentro la Chiesa e al servizio dei fratelli. Quindi, anche se i sacramenti rappresentano il momento più alto dell’iniziazione, non bisogna affatto né isolare la loro celebrazione da questo contesto unitario né assolutizzarla, dimenticando che i sacramenti sono frutto e segno della fede e principio e legge di vita nuova.

L’iniziazione cristiana non può avvenire se non nella Chiesa e attraverso la sua missione e la sua opera: Gesù infatti la manda nel mondo perché sia madre ed educatrice (mater et magistra) della vita nuova dei figli di Dio, con il triplice servizio dell’annuncio della Parola, della celebrazione dei sacramenti, dell’educazione alla carità.

Anche qui si pone un altro importante ricupero e rilancio pastorale: di fronte al facile rischio di interpretare in un modo assolutamente individualistico (se non egoistico, sia pure in senso religioso) il rapporto dell’uomo con Dio e, quindi, di considerare i sacramenti come fatti "privati", è del tutto urgente riscoprire l’essenziale dimensione ecclesiale dell’iniziazione cristiana. È la Chiesa, in primis, la discepola e l’annunciatrice della Parola, il "sacramento generale" della salvezza, ossia il segno e il luogo del dono della grazia sacramentale, la serva di Cristo nella carità. Così il cammino dell’iniziazione cristiana avviene nell’alveo storico, concreto, vivo e vitale della comunità cristiana.

E la comunità cristiana vede la presenza e l’opera di Gesù Cristo e del suo Spirito, e insieme vede la presenza e l’opera di tutti i suoi membri, che mettono in atto i doni e i carismi ricevuti dallo Spirito di Cristo. Così nel cammino dell’iniziazione cristiana è coinvolta, insieme come protagonista e destinataria, l’intera comunità ecclesiale, dai ministri ordinati ai fedeli laici. Nei riguardi poi dei figli – bambini e ragazzi – una parte speciale compete alle famiglie, a cominciare dai genitori.

Di nuovo emerge un altro decisivo ricupero e rilancio pastorale: rendere effettiva la partecipazione dei genitori e delle famiglie all’iniziazione cristiana dei figli. In verità, "famiglia" e "iniziazione" sono due realtà che si richiamano a vicenda: la famiglia si realizza pienamente sul piano della fede quando concorre alla piena generazione spirituale dei figli e quest’ultima non si compie senza il contributo, all’interno della Chiesa, della famiglia credente. Così coloro che sono stati battezzati "nella fede" dei genitori, sorretti dalla stessa fede compiono le altre tappe del loro cammino di iniziazione cristiana.

La famiglia è chiamata, pertanto, a passare da semplice spettatrice (e neppure questo si dà sempre) a soggetto attivo nel cammino di iniziazione cristiana dei figli, come itinerario educativo unitario. Anche e soprattutto in questo campo i genitori rimangono i primi responsabili dell’educazione dei figli. Devono allora riscoprire il loro ruolo originario di primi testimoni della fede per i figli, ovviamente con e nella comunità cristiana, coadiuvati in particolare dai presbiteri e diaconi, dai catechisti e dalle catechiste, dagli educatori.

Ai genitori spetta, in particolare, la scelta del Battesimo per i loro figli e quindi la conseguente scelta di avviarli al compimento della loro iniziazione cristiana mediante la catechesi e la celebrazione dei sacramenti della Confermazione e dell’Eucaristia.

Ma che cosa fare per un concreto coinvolgimento delle famiglie? Ne parliamo in rapporto alle singole tappe sacramentali dell’iniziazione cristiana.

La celebrazione del Battesimo

33. È bello iniziare chiedendoci quali sono i sentimenti della Chiesa, nostra Madre, di fronte al Battesimo dei bambini. Anche se questo non si è generalizzato che al termine dell’antichità cristiana, la Chiesa da sempre ha ritenuto che i bambini non devono essere privati del Battesimo, che li fa "rinascere dall’acqua e dallo Spirito" costituendoli figli di Dio. Per questo la Chiesa amministra il Battesimo già nei primissimi giorni di vita: si rallegra infatti della fede dei genitori nella quale i figli sono battezzati e confida nell’azione di Dio che dona la grazia della fede. Nello stesso tempo la Chiesa non può non essere preoccupata di fronte alla richiesta del Battesimo avanzata da genitori che non lasciano trasparire alcun esempio di vita cristiana, si dicono indifferenti o addirittura non credenti. La Chiesa però si rende pienamente disponibile per accompagnare il cammino dei genitori che vogliano ricuperare il senso della propria fede e del Battesimo ricevuto. Se il Battesimo di un bambino è domandato alla Chiesa, si deve anche dire che "domandare il Battesimo è domandare la Chiesa", e ciò significa cercare la Chiesa, entrare a far parte della sua vita, esservi iniziati.

Come l’esperienza insegna, per la coppia la nascita di un figlio è solitamente un evento atteso e gioioso, che di per sé fa sorgere le grandi domande sul senso e sul mistero della vita e "provoca" la fede stessa degli sposi che fanno la richiesta di battezzare il figlio, in particolare la loro fede nella sacramentalità del matrimonio. È necessario allora, come dice la legge della Chiesa, che "i genitori di un bambino da battezzare, come pure coloro che stanno per assumere l’incarico di padrino, siano bene istruiti sul significato di questo sacramento e circa gli obblighi ad esso inerenti" (Codice di diritto canonico, can. 851, 2).

Di qui la necessità di una preparazione dei genitori, che rientra in modo irrinunciabile nella pastorale "ordinaria" e che non può affatto essere né poco curata né tanto meno tralasciata. "Tale preparazione, oltre a momenti di incontro personale, preveda anche momenti comunitari, nei quali siano coinvolte insieme più coppie di sposi, si possa riprendere e sviluppare la riflessione iniziata negli itinerari di preparazione al matrimonio, vengano favoriti in tutti coloro che vi partecipano un risveglio, una verifica, un approfondimento della loro fede e della loro vocazione. La stessa preparazione cominci possibilmente già durante l’attesa del figlio, perché in un momento così singolare e significativo i genitori siano aiutati a vivere la maternità e la paternità come coronamento della loro risposta a una vocazione di amore e ad accogliere nella fede il dono che Dio sta affidando alla loro responsabilità. Nella medesima prospettiva si valorizzi il Catechismo dei bambini: Lasciate che i bambini vengano a me: lo si consegni ai genitori durante la preparazione al Battesimo dei figli, o almeno in occasione di esso; se ne raccomandi lo studio e la traduzione operativa da parte dei giovani sposi" (CEI, Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia, 105). Non c’è dubbio che la familiarità dei genitori con questo "libro della fede" li aiuterà a camminare insieme ai loro figli alla presenza del Signore, senza delegare ad altri l’educazione cristiana dei loro bambini.

È una preparazione che deve basarsi su di un itinerario programmato, che preveda tre tipi di incontro: col parroco, con i catechisti specificamente preparati (coppie di sposi) che vanno nell’abitazione dei genitori che chiedono il Battesimo, e con la comunità. Ora anche nella nostra Diocesi non mancano esperienze specifiche di preparazione dei genitori al Battesimo del figlio, i cosiddetti Corsi di Preparazione al Battesimo (C.P.B.). Si veda, al riguardo, il sussidio catechistico Preparazione dei genitori al Battesimo dei figli e itinerario di perseveranza (1995). Non posso non ripetere quanto scrivevo nell’introduzione: "La richiesta che i genitori fanno del Battesimo per i loro figli è un’occasione provvidenziale che deve provocare la vitalità pastorale e lo slancio missionario di ogni Comunità cristiana, che con il santo Battesimo è chiamata a farsi visibilmente "grembo" accogliente, per i nuovi membri della Chiesa e per le loro famiglie. La comunità cristiana deve porsi di fronte alle giovani coppie... in un atteggiamento di gioiosa accoglienza e di fraterno accompagnamento... Anche dopo la celebrazione del sacramento del Battesimo, le giovani famiglie hanno diritto alla presenza amorevole ed efficace della Chiesa che, come Madre, le pensa con sollecitudine e pone gesti concreti di aiuto per il loro cammino umano e religioso".

34. È dalle verità ora ricordate che derivano alcuni precisi impegni pastorali. Un primo impegno riguarda la necessaria garanzia dell’educazione cristiana del figlio. Infatti, in quanto segno e gesto della fede, si può procedere alla celebrazione del Battesimo "a condizione che ambedue i genitori, o almeno uno di essi, garantiscano di dare ai loro figli una vera educazione cristiana. In caso di dubbio o di incertezza circa la volontà e la disponibilità dei genitori a dare tale educazione, si valorizzi il ruolo dei "padrini", scelti con attenzione e oculatezza. Si celebri comunque il Battesimo se, con il consenso dei genitori, l’impegno di educare cristianamente il bambino viene assunto dal padrino o dalla madrina o da un parente prossimo, come pure da una persona qualificata della comunità cristiana. Nel caso di genitori conviventi o sposati solo civilmente, ai quali nulla impedisce di "regolarizzare" la loro posizione, di fronte alla richiesta del Battesimo dei figli, il sacerdote non tralasci una così importante occasione per evangelizzarli. Mostri loro come ci sia contraddizione tra la domanda del Battesimo per il figlio e la loro situazione di conviventi o di sposati solo civilmente... Di conseguenza, prima di procedere, con le necessarie garanzie di educazione cristiana, al Battesimo del figlio, vigilando per evitare ogni atteggiamento ricattatorio o apparentemente tale, li inviti a sistemare la loro posizione, o almeno a intraprendere il cammino e a fare i passi necessari per arrivare a tale regolarizzazione" (Direttorio..., 232).

Un secondo impegno riguarda la celebrazione del sacramento quanto alla forma, al tempo e al luogo. Il Battesimo sia celebrato in forma comunitaria e si svolga preferibilmente in domenica, durante la celebrazione dell’Eucaristia, in una Messa d’orario partecipata (almeno qualche volta all’anno) per poter meglio coinvolgere la comunità, privilegiando quando è possibile le solennità liturgiche di carattere battesimale (Veglia pasquale, giorno di Pasqua e di Pentecoste, Epifania, festa del Battesimo di Gesù). Circa poi il luogo la legge della Chiesa così recita: "Fuori del caso di necessità, il luogo proprio del Battesimo è la chiesa o l’oratorio. Si abbia come regola che l’adulto sia battezzato nella propria chiesa parrocchiale, il bambino invece nella chiesa parrocchiale propria dei genitori, a meno che una giusta causa non suggerisca diversamente" (can. 857).

Il richiamo alla legge della Chiesa viene fatto anche per il fatto che alcuni parroci lamentano richieste da parte di famiglie che vorrebbero battezzare i figli in altre parrocchie o anche in chiese non parrocchiali. Per queste ultime l’Ordinario normalmente non concede la facoltà. Per la richiesta del Battesimo fuori parrocchia, siano i parroci stessi a dare una responsabile valutazione in rapporto alla concreta situazione, dal momento che spesso si tratta piuttosto di pretesti, che finiscono per creare attriti tra parrocchie vicine. Ci sia sempre un atteggiamento di rispetto: sia da parte del competente per territorio che, motivandolo, rifiuta un permesso, sia da parte di chi è richiesto di celebrare il Battesimo di un non parrocchiano. Un atteggiamento di accordo aiuta i genitori a comprendere il senso di un rifiuto e l’importanza di sentirsi inseriti in una comunità nella quale i loro figli completeranno poi il loro cammino di iniziazione cristiana.

Non dimentichiamo l’impegno pastorale per una celebrazione liturgica del Battesimo: che sia preparata, curata con amore e gusto, gioiosa, certamente perché la celebrazione costituisce il vertice sacramentale del cammino, ma anche – se adeguatamente preparata con i genitori e i padrini e sviluppata secondo la bellezza spirituale e umana propria del rito – perché possiede una singolare carica di evangelizzazione.

Un altro impegno ancora riguarda la pastorale post-battesimale. È importante, in continuità con il cammino di preparazione dei genitori al Battesimo e con le garanzie di educazione cristiana date all’atto del Battesimo, adoperarsi per tenere vivo il rapporto con la comunità cristiana mediante opportune iniziative pastorali. In tal modo si potrà evitare il crearsi di un vuoto di attenzione per i bambini e le loro famiglie da parte della comunità tra il momento battesimale e quello della preparazione agli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana. Al riguardo risulta quanto mai utile la valorizzazione, con opportuni incontri, del già segnalato Catechismo dei bambini.

Dobbiamo infine richiamare l’attenzione al fenomeno, in aumento rispetto al passato, del Battesimo di fanciulli e di ragazzi in età scolare non ancora battezzati. Le indicazioni del RICA (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti) e della Nota pastorale della CEI, L’iniziazione cristiana 2, prevedono che i fanciulli catecumeni compiano il cammino con i loro coetanei battezzati che si preparano con la catechesi a completare l’iniziazione, per giungere a ricevere il Battesimo e l’Eucaristia quando essi ricevono la Prima Comunione e in seguito a ricevere, ancora con essi, la Confermazione. La prassi sta gradualmente entrando nella mentalità dei parroci, anche se in alcuni casi si deve registrare, purtroppo, una certa fretta nel dare il Battesimo privatamente e solo dopo inserire il fanciullo nel gruppo di catechesi con i coetanei per gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana. Si devono, invece, eseguire con fedeltà e puntualità per il fanciullo o i fanciulli catecumeni, insieme con il gruppo di catechesi e con i genitori, le celebrazioni previste dal RICA (cap. V): risultano, infatti, un bel momento di partecipazione alla vita della comunità parrocchiale e un provvidenziale momento di evangelizzazione per tutte le famiglie che vi vengono coinvolte. I "gradi" del catecumenato con i rispettivi riti potranno essere agevolmente messi in opera seguendo l’apposita Guida per l’itinerario catecumenale dei ragazzi, di cui si parla più oltre.

Il completamento_dell’iniziazione cristiana in età scolare

Per i battezzati in età infantile il completamento dell’iniziazione cristiana consiste in un cammino educativo che li porta a crescere e a divenire adulti nella fede e inseriti nella comunità cristiana. Sono così interessati i bambini, i fanciulli e i ragazzi in un itinerario che prevede una specifica catechesi, una progressiva partecipazione alla vita della comunità e la celebrazione dei sacramenti della Confermazione e della prima Comunione.

Senza entrare, in questa sede, in merito alla celebrazione di questi due sacramenti (per la Confermazione, però, rimando alle "cinque verità" e alle indicazioni date nella Lettera Vieni Spirito Creatore, pp. 55-66, e al nuovo Direttorio pastorale per la Confermazione, che era stato sì diligentemente preparato da un’apposita Commissione ma non pubblicato), ritorno sulle esigenze sopra ricordate, sollecitando un salto di qualità nella nostra azione pastorale. E questo mediante un duplice impegno: l’uno possibile e doveroso per tutti, l’altro proposto ad alcune comunità parrocchiali.

35. A tutti è richiesto un grande sforzo perché nel cammino di iniziazione cristiana in età scolare, in un contesto di partecipazione della comunità parrocchiale, siano sempre più coinvolte le famiglie. Ripetiamolo: non siamo di fronte ad un impegno secondario e libero, ma primario e irrinunciabile! Con i figli sono quindi i genitori, anzi la famiglia – si pensi all’importante e crescente supplenza dei genitori da parte dei nonni – che devono intraprendere e percorrere il cammino dell’iniziazione accanto e insieme a loro.

Per questo, al di là delle difficoltà (di lavoro, e d’altro ancora), la pastorale ordinaria deve offrire ai genitori, con convinzione e creatività, occasioni, incontri, piccoli percorsi per favorirne l’avvicinamento alla comunità, riscoperta come luogo di accoglienza, di amicizia e di disponibilità all’ascolto. Un utile coinvolgimento dei genitori può essere una "scuola genitori" condotta con l’aiuto di esperti e catechisti preparati, che trattino delle tappe dell’età evolutiva in chiave non solo pedagogica umana ma anche religiosa e cristiana. Così sollecitati nel loro interesse immediato, i genitori più facilmente condividono le loro esperienze e vengono preparati al loro difficile compito e possono essere responsabilizzati anche religiosamente.

Là dove avviare l’incontro con i genitori risultasse particolarmente difficile, si potrebbe cominciare col raggiungere famiglia per famiglia a domicilio, per poi arrivare, a partire dai rapporti personali che si sono creati, a raccogliere e incontrare l’insieme dei genitori.

Ci rendiamo però conto che il coinvolgimento delle famiglie presuppone una radicale riscoperta o un profondo rinnovamento del rapporto con Dio in Cristo. Per questo si dovrà partire da lontano, ossia dalla preparazione al matrimonio cristiano, disponendo un itinerario e un accompagnamento di perseveranza: e questo è una parte essenziale della pastorale coniugale e familiare.

Il coinvolgimento delle famiglie risulta insieme più necessario e più significativo se i fanciulli e i ragazzi compiono un cammino veramente di ispirazione catecumenale, che – ripetiamolo – non è riconducibile alla pura recezione dei sacramenti, ma si estende alla catechesi, all’ascolto della Parola e alla preghiera, e all’impegno di una vita morale evangelica.

36. Un’ulteriore proposta facciamo: quella di una catechesi che adotta il metodo del catecumenato dei fanciulli, adattandolo a fanciulli già battezzati. Tale metodo, ormai delineato in dettaglio e illustrato operativamente da documenti autorevoli e da pastoralisti (cfr. in particolare, edita dal Servizio Nazionale per il Catecumenato, la Guida per l’itinerario catecumenale dei ragazzi, Elledici, 2001), prevede che, dopo circa quattro anni con una tipica scansione di tempi e tappe o passaggi e verso l’undicesimo anno, i fanciulli celebrino insieme nella Veglia pasquale i sacramenti della Confermazione e dell’Eucaristia. Con questi sacramenti però non si chiude il periodo dell’iniziazione cristiana, perché i ragazzi e adolescenti devono crescere verso un’adesione di fede più consapevole, una vita cristiana più matura, un inserimento definitivo e responsabile nella comunità cristiana adulta: è il tempo della mistagogia, ossia dell’approfondimento.

Ora a partire da quest’anno l’Ufficio catechistico diocesano curerà e guiderà una sperimentazione di questo nuovo tipo di catechesi presso parrocchie scelte e in grado di attuarla. Tale catechesi accoglie, accanto a eventuali fanciulli catecumeni, fanciulli battezzati, consenzienti e in accordo con i genitori, con un adattamento per il quale sui fanciulli battezzati non vengono compiuti i riti propri del catecumenato. E poiché questa catechesi comporta anche un utilizzo particolare dei catechismi CEI integrati ad alcuni libri biblici, sarà preparato dall’Ufficio catechistico un opportuno sussidio operativo.

In entrambi i tipi di catechesi si rivela fondamentale la partecipazione della famiglia: questa, in occasione dell’iniziazione dei figli, è chiamata a riprendere il cammino della fede mediante una catechesi per adulti aggiunta e parallela a quella dei ragazzi, o ancor meglio mediante una catechesi dei genitori affiancata e concomitante quella dei figli.

Riprendo quanto detto a proposito della pastorale per e con i non credenti: occorre maggior fiducia e coraggio, anche nel percorrere strade nuove: nuove sì, ma richieste con urgenza sia dalla miglior comprensione che oggi abbiamo dell’autentica natura dell’iniziazione cristiana, sia dalla situazione religiosa, spesso carente e preoccupante, di tante famiglie delle nostre comunità. I bambini e i ragazzi hanno "diritti religiosi" che ci interpellano. Ora la loro iniziazione è un momento prezioso e straordinario di evangelizzazione per gli adulti, è un’occasione provvidenziale per aiutare le famiglie a riscoprire il dono e il compito ricevuti dal sacramento del matrimonio: essere "grembo materno della fede" per i propri figli.

 

 

 

 

Parte Terza

La sfida dell’educazione_nella vita della famiglia

37. La persona per maturare come persona ha bisogno dell’educazione, ossia di un permanente cammino attraverso il quale essa giunge a conoscere e a realizzare liberamente il proprio progetto di vita, meglio a perseguire in modo cosciente e libero il fine del suo stesso essere.

In realtà, la persona è chiamata da un dinamismo, che è stampato dentro le fibre più profonde del suo essere, a vivere e a operare in conformità con la sua dignità personale, e a costruire così una vera e propria "personalità". L’educazione altro non è che l’insieme di ciò che può e dev’essere fatto, da parte di se stessi e degli altri, perché – ripetiamolo – la persona maturi come persona. E quanto abbiamo ora detto in rapporto alla persona è da ripetersi anche in rapporto al cristiano, al credente, evidentemente con particolare attenzione alla "novità" di grazia portata da Gesù Cristo.

Se ora qualifichiamo l’educazione come una "sfida" è perché essa non può avvenire se non nella libertà e con la libertà, e, a sua volta perché la libertà, per sua stessa natura, è principio di decisione e di scelta, e dunque si esprime e si attua in una risposta personale ad un appello che ha raggiunto la libertà: appunto, ad una sfida ricevuta.

Quale sfida? Pensiamo, anzitutto, ad una sfida che viene dal di dentro della persona: essa, infatti, avverte di avere come compito fondamentale da assolvere nella vita quello di essere se stessa, di vivere in modo coerente alla sua dignità, di camminare verso il vero, il buono, il bello, la felicità autentica, in una parola il fine. E tutto questo non si realizza da sé, lasciando l’uomo inerte e passivo; si realizza solo se l’uomo stesso con la sua libertà (e dunque con decisione e scelta personali) assume il compito di maturare e, sempre con questa libertà, lo porta a compimento. Grandezza e miseria della nostra libertà, se con essa ci costruiamo o ci distruggiamo come persone! Scriveva il vescovo san Gregorio di Nissa: "Noi siamo in certo modo padri di noi stessi, quando per mezzo delle buone disposizioni di animo e del libero arbitrio, formiamo, generiamo, diamo alla luce noi stessi" (Omelie sull’Ecclesiaste, 6).

C’è poi la sfida che al nostro impegno educativo viene dall’esterno, dagli altri: la nostra libertà, con la quale ci costruiamo o ci distruggiamo in umanità, è sempre "provocata" dalla mentalità e dai comportamenti degli altri. E si tratta di idee e di gesti che risultano essere ambivalenti, perché possono o aiutare od ostacolare la nostra libertà nella decisione e nella scelta di essere se stessi, di vivere in conformità alla nostra dignità personale, ecc. Ecco perché l’educazione ha sempre a che fare non solo con se stessi, ma anche con gli altri: è dunque un fenomeno profondamente interpersonale e sociale.

Ora quanto è stato detto per la persona dev’essere detto anche per quella "comunione di persone" che è la coppia e la famiglia: anche queste sono quotidianamente impegnate nell’educazione, perché sono pur sempre in cammino verso la realizzazione del loro progetto di vita, ed anche per queste e per la loro libertà l’educazione rappresenta una sfida. E proprio in questo ambito educativo sono rintracciabili diverse forme di povertà, che possono frenare e far crollare oppure sollecitare e far crescere l’impegno educativo: sono, potremmo chiamarle, le povertà educative.

i. dalla coppia ai figli

Anche la coppia deve educarsi!

Ma l’esperienza e la riflessione ci dicono che la verità è un’altra: il matrimonio è anche e soprattutto un punto di partenza e l’amore dev’essere imparato! In tal senso la coppia è chiamata a costruirsi come vera coppia giorno per giorno, in un certo modo a "sposarsi quotidianamente": quel primo "sì" che ha dato origine alla nuova esistenza coniugale è primo non tanto in senso cronologico, quanto in senso assiologico o di valore; è un "sì" che, come radice viva e feconda, origina i tanti "sì" quotidiani.

Dunque, anche la coppia deve educarsi! Ma come? Presentiamo qualche veloce linea.

1) Occorre, anzitutto, coltivare il colloquio di coppia, trovando il tempo necessario nonostante – spesso – la "scarsità" del tempo a disposizione, perché rubato dal lavoro, dalle faccende domestiche, dalle più diverse preoccupazioni, e trovando la buona volontà, anche se questa è messa a dura prova da una vita ingolfata e sempre in movimento. E il colloquio non sia semplicemente sulle "cose" da fare, ma anche e soprattutto sulle "persone": sul proprio "io" e sull’"altro". C’è infatti un "mistero" (un mistero di amore) nell’essere personale di ciascuno di noi – creato a immagine e somiglianza di Dio – che rende possibile, anzi sollecita una scoperta e una conoscenza "senza fine". E questo nel segno di una reciproca stima, sincerità e fiducia tra gli sposi: una mancanza al riguardo, prima che offensiva dell’altro, è offensiva di se stessi.

Nel colloquio della coppia entra il loro essere personale, ma questo nella sua concretezza di vita. In tal senso l’arricchimento vicendevole – e dunque il costruirsi della coppia – passa anche attraverso la comunicazione di quell’esperienza umana, che è intessuta di sentimenti e di opere e che, di conseguenza, porta in casa gli elementi sia positivi che problematici dei vari ambienti della vita sociale che vedono la coppia presente e impegnata. La coppia, lungi dal rifugiarsi in un intimismo individualistico ed egoistico, si apre così anche al mondo che la circonda, portandovi quel contributo di umanizzazione che le deriva come frutto del colloquio di coppia.

Come a dire che le pietre di costruzione della "propria casa" provengono anche da fuori, dagli altri, dagli ambienti di vita, così come le pietre domestiche sono messe a disposizione perché si costruisca "la grande casa della città e della società".

2) Occorre, inoltre, coltivare la fedeltà coniugale: è la fedeltà alla parola data, ossia al patto dell’alleanza indissolubile sancita col matrimonio. Siamo di fronte ad una esigenza umana dell’amore tipico degli sposi e, per i credenti, ad un’esigenza del sacramento del matrimonio che dona agli sposi battezzati di poter rivivere l’amore assolutamente fedele di Dio per il suo popolo e di Cristo Signore per la sua Chiesa. Certo, nel vivere questa esigenza gli sposi possono incontrare molteplici "prove", non ultima quella di una cultura dominante che non capisce affatto, ma irride, contesta e rifiuta l’indissolubilità degli sposi quando questi vanno "in crisi", non si comprendono più e non si amano più. Ma proprio da qui emerge l’importanza dell’educazione della coppia alla fedeltà, intesa e vissuta come coerenza al "sì" delle nozze, come risposta al diritto dei figli, come servizio alla comunità e, per i credenti, come adesione responsabile al dono sacramentale dell’amore incondizionatamente fedele di Dio.

È un’educazione che sa far leva, proprio nei momenti – spesso inevitabili – della crisi, sulle risorse morali e spirituali che la persona ha in sé, come la pazienza dell’attesa, la bontà nella comprensione e il coraggio nel perdono. Affrontata così, la crisi può rivelarsi fattore di purificazione, di rinnovamento e di crescita. Un aiuto speciale in questa linea viene dalla consapevolezza – da tenere desta e forte mediante la preghiera – che il sacramento del matrimonio dona agli sposi la grazia della fedeltà: una grazia che accompagna giorno per giorno – anche nei giorni della fatica e della sofferenza – il cammino coniugale.

Infine, è da ricordarsi l’importante ricaduta che l’educazione della coppia ha sull’educazione dei figli: nella misura in cui i coniugi sanno riconoscere i loro difetti, si correggono a vicenda, si impegnano nella loro crescita umana e cristiana, potranno essere – fatti genitori – "testimoni" veramente credibili per i figli e potranno offrire loro un’opera educativa efficace, intessuta di bontà e di serietà.

L’educazione dei figli_tra abdicazione e fiducia

39. Passando ora all’educazione dei figli da parte dei genitori, la prima domanda che sorge è questa: ma educare si può? La domanda non è affatto retorica, perché chiunque abbia figli, e soprattutto quando questi escono dalla prima infanzia, avverte una forte difficoltà a trasmettere ciò che ha ricevuto dai propri genitori, tanto è profondamente cambiata in questi ultimi decenni la trasmissione tra le generazioni: una forte difficoltà, che conduce non pochi a rinunciare, ad abdicare all’impegno educativo.

La tentazione e persino il fatto dei genitori che rinunciano alla loro "autorità" rappresenta oggi una delle povertà più pericolose che toccano i rapporti genitori-figli, con evidenti ripercussioni negative sull’intero tessuto sociale ed ecclesiale.

In verità, numerose e gravi sono le difficoltà educative incontrate dalle famiglie oggi. Senza nessuna pretesa di analisi completa, ma solo con il desiderio di qualche esemplificazione più comune, ricordiamo: la mancanza di tempo disponibile, rubato com’è dal lavoro e da tante altre attività (e questo in particolare tocca la figura paterna, che finisce spesso per brillare per la sua assenza); una certa "disuguaglianza culturale" tra genitori e figli, a motivo del diverso cammino scolastico, che induce talvolta nei primi un qualche senso di inferiorità e la conseguente paura educativa; l’imporsi di una cultura che, stravolgendo la vera nozione di educazione, modifica i connotati dell’autorità e della responsabilità educativa dei genitori. Si pensi alla concezione naturalistica e illuministica dell’uomo, per la quale questi nasce buono e deve crescere in assoluta autonomia e spontaneità, senza interferenze dall’esterno, neppure da parte dei genitori. Si pensi alla nostra società mercantile e individualistica, nella quale gli opinion leader asseriscono che la competenza esclusiva, circa la qualità della vita degna di essere vissuta, è della coscienza individuale: di conseguenza occorre rispettare la libertà (l’arbitrio) del singolo, dunque del figlio da parte dei genitori.

Si pensi ancora alla mutazione, anzi alla sostituzione del rapporto autoritativo genitori-figli con un rapporto di esclusiva pariteticità e amicizia. È l’imporsi della funzione solo affettiva e protettiva, ma nel senso meno nobile, se non negativo, del termine. In questa linea si parla di famiglia "affettiva", di una famiglia cioè specializzata nella funzione di rassicurare il figlio, e non solo il figlio ma anche l’adulto: la casa di oggi appare soprattutto come luogo di "appartamento", in cui rifugiarsi da un mondo freddo e estraneo, se non ostile.

Queste e altre difficoltà conducono spesso ad abdicare alla propria responsabilità educativa. Ma una simile "povertà" si pone come una grande sfida: sollecita i genitori ad affrontarle, queste difficoltà, a valutarle e a superarle: andando controcorrente, contro i luoghi comuni dominanti. In realtà, alla base dell’abdicazione del ruolo educativo sta una povertà ancora più grande: quella della sfiducia in se stessi, nella propria vera libertà, nelle proprie risorse morali.

40. Urge allora ricuperare la fiducia e il coraggio nella capacità e responsabilità educativa dei genitori, della famiglia. È una fiducia che trova la sua prima e naturale giustificazione nel fatto che l’opera educativa è conseguenza, anzi parte integrante dell’opera generativa, come riafferma il Concilio Vaticano II: "I genitori, poiché hanno trasmesso la vita ai figli, hanno l’obbligo gravissimo di educare la prole: vanno pertanto considerati come i primi e principali educatori di essa..." (Dichiarazione Gravissimum educationis, 30). Per i genitori cristiani, poi, una simile fiducia riposa sulla grazia del sacramento del matrimonio, "che li chiama all’educazione propriamente cristiana dei figli, li chiama cioè a partecipare alla stessa autorità e allo stesso amore di Dio Padre e di Cristo pastore, come pure all’amore materno della Chiesa, e li arricchisce di sapienza, consiglio, fortezza e di ogni altro dono dello Spirito Santo per aiutare i figli nella loro crescita umana e cristiana" (Familiaris consortio, 38).

Il ricupero della fiducia educativa dei genitori, perché da fatto personale diventi sempre più anche fatto sociale e culturale, ha bisogno d’essere favorito con l’incontro dei genitori tra loro e con Dio (nella preghiera), con il riconoscimento e l’aiuto concreti delle istituzioni sociali e in specie delle altre "agenzie educative", nel rispetto e nella valorizzazione delle caratteristiche specifiche e insostituibili del ruolo dei genitori. A quest’ultimo riguardo Giovanni Paolo II ha scritto parole semplici e profonde: "Il diritto-dovere educativo dei genitori si qualifica come essenziale, connesso com’è con la trasmissione della vita umana; come originale e primario, rispetto al compito educativo di altri, per l’unicità del rapporto di amore che sussiste tra genitori e figli; come insostituibile e inalienabile, e che pertanto non può essere totalmente delegato ad altri, né da altri usurpato. Al di là di queste caratteristiche, non si può dimenticare che l’elemento più radicale, tale da qualificare il compito educativo dei genitori, è l’amore paterno e materno, il quale trova nell’opera educativa il suo compimento nel rendere pieno e perfetto il servizio alla vita: l’amore dei genitori da sorgente diventa anima e pertanto norma, che ispira e guida tutta l’azione educativa concreta, arricchendola di quei valori di dolcezza, costanza, bontà, servizio, disinteresse, spirito di sacrificio, che sono il più prezioso frutto dell’amore" (Familiaris consortio, 36).

Dare la vita e dare le ragioni della vita

41. Passando ora a considerare alcuni contenuti dell’opera educativa dei genitori, diciamo in termini generali che i genitori che hanno dato la vita ai loro figli devono dare loro le ragioni della vita: le ragioni per cui è bello e serio vivere. Bello e serio: al di là di queste due piccole parole stanno, mi pare, i due contenuti di fondo dell’opera educativa, impegnata com’è a presentare la vita, con la parola e la testimonianza, come vocazione e missione.

Ogni uomo, infatti, è chiamato ad accogliere la vita come un dono: un dono dell’amore dei genitori, anzi dell’amore stesso di Dio. Ed è mandato con il compito di vivere la vita nella logica del dono. L’uomo è un-dono-che-si-fa-dono, secondo la celebre descrizione fatta dal Concilio, là dove scrive che "l’uomo in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa (e che) non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé" (Gaudium et spes, 24). E l’educazione consiste appunto nell’aiutare il figlio a capire che il valore primo, in un certo senso unico, della vita è il dono di sé e ad attuarlo, questo valore, nelle scelte e nelle azioni quotidiane.

Ma proprio questo nucleo centrale e unificante dell’opera educativa viene contestato e inquinato da una cultura dominante che, offrendo una ben diversa interpretazione della vita, aggredisce in modo violento la buona volontà dei genitori. In realtà, sono tanti, troppi quelli che – prostrandosi in adorazione degli idoli dell’avere, del potere e del piacere e degli altri idoli derivati – ritengono stolta e perdente la logica del dono di sé. Senza dire che, anche al di fuori di questa oppressione culturale, l’impegno educativo dei genitori incontra altre difficoltà di non minore entità. Che dire al figlio quando viene a sapere che è nato, non perché voluto, ma "per caso", o "per sbaglio"? o quando la sua vita è colpita da handicap o da sofferenza? o quando il suo altruismo è snobbato dai compagni?...

Come si fa difficile, in simili situazioni, il ricupero della fiducia e del coraggio educativi dei genitori! Ma la sfida è da raccogliere, se vogliamo che la vita umana non sia derubata e spogliata del suo senso più vero, ma possa proporsi – anche in questi momenti – come una vita seria e bella, o con altri termini, come una vita faticosa e gioiosa, impegnativa ed esaltante, responsabile e liberante.

Dal senso della vita come dono di sé si sprigionano altri valori essenziali, che costituiscono per così dire i capitoli – i tanti capitoli – di cui consta il libro dell’educazione dei figli da parte dei genitori. Non è evidentemente possibile qui sfogliare tutte le pagine di questo libro voluminoso. Ci limitiamo a richiamare alcuni valori da un punto di vista sia umano che cristiano.

I valori essenziali_della vita umana e cristiana

42. Un’ottima sintesi ci viene offerta dal Papa nella sua esortazione Familiaris consortio: "I figli – scrive – devono crescere in una giusta libertà di fronte ai beni materiali, adottando uno stile di vita semplice ed austero, ben convinti che "l’uomo vale più per quello che è che per quello che ha" (Gaudium et spes, 35)". E ancora: "In una società scossa e disgregata da tensioni e conflitti per il violento scontro tra i diversi individualismi ed egoismi, i figli devono arricchirsi non soltanto del senso della vera giustizia, che sola conduce al rispetto della dignità personale di ciascuno, ma anche e ancor più del senso del vero amore, come sollecitudine sincera e servizio disinteressato verso gli altri, in particolare i più poveri e bisognosi" (n. 37).

Come si vede, il discorso del Papa anche se punta sull’amore in termini generali, non è affatto né sentimentale né evanescente: si rivela piuttosto assai puntuale e concreto, facendosi in qualche modo "graffiante" nei riguardi della famiglia e del suo fondamentale apporto alla vita della società. È in questo senso che il Papa continua: "La famiglia è la prima e fondamentale scuola di socialità: in quanto comunità di amore, essa trova nel dono di sé la legge che la guida e la fa crescere. Il dono di sé, che ispira l’amore dei coniugi tra loro, si pone come modello e norma del dono di sé quale deve attuarsi nei rapporti tra fratelli e sorelle e tra le diverse generazioni che convivono nella famiglia. E la comunione e la partecipazione quotidianamente vissuta nella casa, nei momenti di gioia e di difficoltà, rappresenta la più concreta ed efficace pedagogia per l’inserimento attivo, responsabile e fecondo dei figli del più ampio orizzonte della società" (n. 37).

Di nuovo torna il problema della sfida educativa in un contesto sociale e culturale pesantemente ispirato al benessere materiale e al consumismo, all’individualismo egoistico, al misconoscimento della dignità personale dei vari "soggetti deboli", alla famiglia "chiusa in se stessa" e deresponsabilizzata rispetto alla società. Ma se vogliamo più umana e umanizzante la nostra società non dovremmo invocare un rinnovato e più energico impegno educativo della famiglia? O vogliamo, forse, rassegnarci alla sua latitanza o alla sua totale assenza? Non dobbiamo invece gridare più forte: Famiglia, dove sei? Perché risponda: Eccomi!

43. Ai genitori cristiani compete poi un’educazione dei figli specificamente ispirata e sostenuta dalla fede e ordinata "a far sì che i battezzati... prendano sempre maggiore coscienza del dono della fede, che hanno ricevuto: imparino ad adorare Dio in spirito e verità (cfr. Giovanni 4,23)..., si preparino a vivere la propria vita secondo l’uomo nuovo nella giustizia e nella santità della verità (cfr. Efesini 4,22-24)..., e diano il loro apporto all’aumento del Corpo mistico. Essi, inoltre, consapevoli della loro vocazione, devono addestrarsi sia a testimoniare quella speranza che è in loro (cfr. 1 Pietro 3,15), sia a promuovere la elevazione in senso cristiano del mondo" (Gravissimum educationis, 2). Sia pure con il linguaggio tipico del Concilio, emergono facilmente le linee della educazione cristiana che i genitori, con attenzione all’età e alle situazioni concrete dei figli, devono assicurare ai figli stessi: dare la coscienza del dono della fede, annunciando in modo semplice e gioioso la parola del Signore, la "lieta notizia" dell’amore di Dio che salva; far imparare a pregare, ossia a colloquiare con Dio nostro Padre, e pregare insieme con i figli; sollecitarli a vivere la grazia ricevuta seguendo l’esempio di Gesù e il suo comandamento d’amore; accompagnare il loro cammino ecclesiale, rendendoli partecipi della vita della comunità cristiana; offrire forme di servizio anche verso le necessità della società umana.

Viene spontaneo chiederci se questo impegno educativo cristiano è abitualmente assunto dalle famiglie credenti oppure è disatteso, anzi lasciato cadere. Ma forse l’interrogativo più saggio è un altro: che fare perché i genitori, che hanno ricevuto il sacramento del matrimonio, siano coscienti della grazia e della responsabilità educative assunte? Quali mezzi offrire ai genitori (incontri, conferenze, attenzioni nella omelia) per ridestare "la consapevolezza che il Signore affida loro la crescita di un figlio di Dio, di un fratello di Cristo, di un tempio dello Spirito Santo, di un membro della Chiesa", così da sorreggerli "nel loro compito di rafforzare nell’anima dei figli il dono della grazia divina" (Familiaris consortio, 39)? Anche in questo ambito, dunque, dovrebbe risuonare, in chiave non tanto di rimprovero quando di invito suadente e persuasivo, la domanda: Famiglia, dove sei?

La necessità di uno stile

44. Non basta però richiamare i contenuti umani e cristiani dell’opera educativa dei genitori. Occorre – e ciò non è meno significativo e urgente – richiamare alcune attenzioni psicologiche e morali necessarie perché la educazione dei figli risulti il più possibile fruttuosa e incisiva: dunque un metodo, uno stile!

Di nuovo, ci restringiamo a qualche velocissimo cenno. Sappiamo che l’educazione passa sì attraverso la parola dei genitori (ci sono silenzi indebiti o colpevoli), ma anzitutto attraverso il loro esempio o testimonianza di vita (che non contraddica l’eventuale parola), anzi attraverso la "condivisione": quest’ultima rinuncia al "devi fare", per assumere l’impegno del "facciamo insieme".

Non dimentichiamo poi che i figli sono "spietati" di fronte alla "dissociazione" tra il dire e il fare dei genitori; come pure di fronte al contrabbandare come esigenza o bene dei figli ciò che è desiderio o pretesa dei genitori.

E ancora: i figli – anche i più piccoli – hanno bisogno di stima, di ascolto, di dialogo, di fiducia, di autorità, di affetto: di affetto, soprattutto, al di là di tante o troppe "cose" che riempiono gli spazi esteriori lasciando vuoto il mondo interiore del cuore.

Si sa che sono i genitori ad educare i figli. Non si sa, invece, o comunque non lo si sa abbastanza che i figli sono educatori straordinari dei genitori stessi. Non ha detto il profeta Gioele che "diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie" (Gioele 3,1)? In realtà, per i genitori le parole e ancor più gli atteggiamenti dei figli possono essere motivo di riflessione, di rimprovero, di stimolo. Purché i figli siano maggiormente ascoltati. È quanto emerge da certe lettere, e ancor più da certi "diari".

Non ci dispiaccia ora leggere una di queste lettere scritta da un gruppo di figli ai loro genitori, nella quale s’incontrano mescolati insieme i contenuti e i metodi dell’educazione. La semplicità – e forse anche l’ovvietà – delle cose scritte, non sminuisce di certo la gravità dei problemi sollevati.

"A volte credete di renderci felici perché ci date tutto quel che vi chiediamo, anche il superfluo, ma abituateci a darvi qualche cosa in cambio.

Abbiamo bisogno di attenzione, dialogo, affetto, e non solo di soddisfazioni materiali.

Insegnateci il valore del denaro e non permettete che i soldi da voi guadagnati con fatica siano sperperati in sciocchezze.

Insegnateci i valori fondamentali in cui credere e per cui vivere, non fateci crescere superficiali ed aiutateci a non essere insicuri.

Non siate troppo possessivi, non considerateci sempre dei bambini, ma rendeteci capaci di affrontare il mondo da soli.

Guidate le nostre letture, le scelte dei programmi televisivi che vediamo e degli amici che frequentiamo, e stimolateci a riflettere.

Tenete conto del cambiamento dei tempi e non pretendete di farci vivere oggi come voi vivevate la vostra giovinezza.

Non esigete per noi tutto ciò che avreste voluto per voi, non chiedeteci di diventare vostre copie, ma rispettate il nostro temperamento e lasciateci liberi di sviluppare la nostra personalità.

I vostri problemi e le vostre tensioni per la casa e per il lavoro non siano per voi più importanti di noi e dei nostri bisogni, non scaricate su di noi le vostre frustrazioni.

Curate molto i rapporti fra voi genitori per darci un esempio valido a creare una bella atmosfera familiare e così staremo volentieri con voi.

Tenete la famiglia unita nei momenti importanti della giornata: a pranzo, a cena e nella preghiera. Fateci pregare con voi, e guidateci nella fede.

Ricordate che il vostro esempio sarà seguito molto più delle vostre parole.

Non confrontateci con i nostri amici, non badate ai giudizi della gente, dateci fiducia.

Non negateci la gioia di donarci fratelli e sorelle all’unico scopo di offrirci un maggior benessere economico.

Grazie".

ii. l’educazione all’amore,_all’affettività_e alla sessualità

45. Intimamente connessa con l’educazione alla vita come vocazione e missione, anzi sua parte rilevante, è l’educazione all’amore, all’affettività e alla sessualità. E questo "da subito", da quando i genitori hanno il figlio; e, in un certo senso, anche "da prima", in quanto la vita stessa della coppia permanentemente educata all’amore, all’affettività e alla sessualità costituisce la condizione indispensabile, anzi il contenuto fondamentale che i genitori – in qualità di testimoni credibili – sono chiamati a offrire all’educazione dei figli.

Da tempo si va sollecitando, da più parti, l’educazione dei ragazzi e degli adolescenti all’affettività. Certo, con loro ci si trova in una stagione della vita di singolare importanza, soprattutto a questo riguardo: una stagione che esige interventi specifici e intensi. Purché non si dimentichi che tale educazione deve arrivare molto prima: non si è mai troppo in anticipo! Se questo è sempre stato vero, oggi lo è ancora di più, per la situazione sociale e culturale nella quale siamo inseriti.

Le difficoltà, le paure e le abdicazioni delle responsabilità educative dei genitori sopra ricordate, si ripropongono qui, il più delle volte, ulteriormente aggravate. Proprio in questo campo e in rapporto ai fanciulli e agli adolescenti si registrano nuove forme di povertà o schiavitù, che vanno dal perdurante e impacciato silenzio dei genitori alla loro parola incontrollata, dalla concessione d’una libertà senza limiti – in un contesto sociale totalmente disinibito – alle restrizioni indebite e ingiuste. Ma su tutto pesa il clima culturale dominante che "banalizza" e "sfigura" la sessualità umana: questa, infatti, viene interpretata e vissuta in una maniera riduttiva e impoverita, in quanto collegata unicamente al corpo nella sua fisicità e al piacere egoistico.

Occorre la chiarezza delle idee

46. In un simile contesto si pone come esigenza prioritaria la chiarezza delle idee, meglio la verità delle cose. Solo così potrà attuarsi l’impegno educativo di trascrivere nella vita, ossia nella vicenda storica di ogni persona, questa verità: è la verità impressa nell’essere stesso della persona dall’atto creatore di Dio. Ora il quadro generale dei valori dovrebbe essere noto agli adulti, a partire da una visione (razionale e di fede) della persona umana secondo il disegno di Dio e secondo le attese più profonde e più vere del cuore dell’uomo e della donna. Ne richiamiamo i punti nevralgici.

– La persona è nata fatta per l’amore. Poiché l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio che è amore (1 Giovanni 4,8), nell’umanità dell’uomo e della donna è iscritta "la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione. L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano" (Familiaris consortio, 11). Nella sua prima enciclica, Giovanni Paolo II ha parole bellissime e vere, che danno voce alla esperienza più intima di ciascuno di noi: "L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente" (Redemptor hominis, 10).

– Questa nativa e fondamentale vocazione all’amore può realizzarsi pienamente nel matrimonio e nella verginità: "Sia l’uno che l’altra, nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo "essere a immagine di Dio"" (Familiaris consortio, 11). Essi, non in contrapposizione tra loro ma come doni diversi e complementari, sono "i due modi di esprimere e di vivere l’unico mistero dell’alleanza di Dio con il popolo" (Ibid., 16).

– La vocazione all’amore tocca l’essere stesso e coinvolge la persona nella sua interezza, secondo la sua realtà di spirito incarnato. Per questo ogni uomo e ogni donna è chiamato a vivere l’amore come totalità unificata di spirito e di corpo, di cui la sessualità è parte integrante. In questo senso veramente e pienamente personale si deve dire che "la sessualità è una ricchezza di tutta la persona – corpo, sentimento e anima – e manifesta il suo intimo significato nel portare la persona al dono di sé nell’amore" (Ibid., 37).

I Vescovi italiani hanno scritto che "la sessualità, oltre a determinare l’identità personale di ciascuno, rivela come ogni donna e ogni uomo, nella loro diversità e complementarietà, siano fatti per la comunione e la donazione. La sessualità, infatti, dice come la persona umana sia intrinsecamente caratterizzata dall’apertura all’altro e solo nel rapporto e nella comunione con l’altro trovi la verità di se stessa. Così, la sessualità – che pure è minacciata dall’egoismo e può essere falsificata e ridotta attraverso il ripiegamento di ciascuno su di sé – richiede, per sua stessa natura, di essere orientata, elevata, integrata e vissuta nel dinamismo di donazione disinteressata, tipico dell’amore" (Evangelizzazione e cultura della vita umana, 27).

– La vocazione all’amore ha bisogno di essere assunta liberamente e responsabilmente dalla persona, ossia ha bisogno di essere educata. Alla chiarezza delle idee, alla verità delle cose deve collegarsi un costante impegno educativo, finalizzato a promuovere la globalità della persona che, accettando il valore della sessualità e integrandolo nell’insieme di tutti i valori del suo essere, è condotta a sviluppare sempre più la sua potenzialità di donazione così da aprirsi all’amore per l’altro sino al dono totale di sé.

In questa paziente ed autentica formazione al senso della vita e dell’amore – e dunque dell’affettività e della sessualità – entra in particolare l’educazione alla virtù della castità. Proprio su questo punto specifico – e in rapporto non solo ai genitori, ma anche agli altri educatori e più in generale alla comunità umana e cristiana – si trovano acutizzate le povertà o schiavitù di cui sopra abbiamo parlato: il silenzio più assoluto, la libertà più ampia, il consegnarsi passivo alla cultura dominante di una sessualità banalizzata e deformata. A farne le spese è, in specie, la stessa interpretazione (e conseguente realizzazione) della virtù della castità. Sono allora da meditarsi con estrema serietà, come motivo d’impegno educativo nel segno di una straordinaria libertà d’animo, le parole dell’esortazione Familiaris consortio: "Secondo la visione cristiana, la castità non significa affatto né rifiuto né disistima della sessualità umana: significa piuttosto energia spirituale, che sa difendere l’amore dai pericoli dell’egoismo e dell’aggressività e sa promuoverlo verso la sua piena realizzazione" (n. 33).

Educazione e pastorale della Chiesa

47. Da quanto precede risulta in modo inequivocabile che l’educazione all’amore, all’affettività e alla sessualità, come è parte irrinunciabile dell’educazione umana e cristiana dei genitori, così è parte necessaria e indilazionabile della pastorale della comunità ecclesiale come tale, che dovrà intervenire sia con la catechesi sia con la formazione morale e spirituale.

Di nuovo riprendiamo le parole dei Vescovi italiani: "Non è ammissibile esimersi da una proposta organica, sistematica e capillare di educazione alla sessualità e all’amore, all’interno delle comunità cristiane, delle associazioni, dei gruppi, dei movimenti, degli oratori e dei vari ambiti educativi ecclesiali, a cominciare dalle scuole cattoliche. Come pure non si può rinunciare a un’opera di vigilanza e di intelligente promozione perché l’educazione sessuale nelle scuole sia impostata e svolta in modo serio e corretto".

Ritorna, di nuovo, la domanda: che cosa possiamo e dobbiamo fare? Ripeto ancora una volta: il primato è da darsi alla riscoperta della verità umana e cristiana circa la vita come vocazione e missione, come amore che fa comunione e si dona. È un verità bella, buona e generatrice di libertà e di gioia. Sì, di una "riscoperta" c’è grande bisogno, di fronte all’occultamento e alla negazione di tale verità per la stolta paura di non essere né liberi né felici!

E, ancora, c’è grande bisogno di riamare la fatica dell’educazione, come cammino libero e liberante per un ideale che si fa vita concreta. Anche questo riamare la fatica dell’educazione è un’urgenza forte oggi, di fronte al facile lasciarsi andare secondo la corrente culturale che censura e non tollera tutto ciò che sa di controllo di sé, di autodominio, di sacrificio e di rinuncia.

Certo, dalle finalità indicate si deve arrivare anche ai mezzi, ai metodi e alle iniziative concrete. E allora – in particolare – ai responsabili diocesani della pastorale familiare, catechistica, scolastica e giovanile chiedo che, alla luce delle situazioni e delle esperienze in atto, concretizzino quella "proposta organica, sistematica e capillare di educazione alla sessualità e all’amore" di cui hanno parlato i nostri Vescovi.

Non dimenticando mai che le famiglie, in questo ambito soprattutto, hanno uno spazio originale e insostituibile. Perché non si debba ripetere anche qui la denuncia: Famiglia, dove sei?

iii. la famiglia_e le altre forze educative

48. La famiglia è la prima comunità educante, ma non è l’unica ed esclusiva. La famiglia ha certamente una sua specificità e insostituibilità nell’ambito dell’educazione, ma ha bisogno anche delle altre forze educative. È la stessa dimensione sociale della persona ad esigere un’opera educativa più ampia e articolata, che sia il frutto di un incontro cordiale e di una collaborazione ordinata delle diverse forze educative. Queste forze sono tutte necessarie, anche se ciascuna può e deve intervenire con una sua competenza e un suo contributo propri: tutte insieme verso l’unico obiettivo, il servizio della maturazione della persona.

Ma già qui incontriamo, ancora una volta, non poche povertà e non lievi sfide. È il caso delle diverse forze educative che si ignorano a vicenda, o camminano ciascuna per proprio conto, o entrano in tensione e in conflitto tra loro, o lavorano distruggendo l’una quanto l’altra costruisce. Si pensi, per esemplificare, anche solo a quanto avviene nei rapporti genitori e scuola. Ma forse c’è una povertà ancora più pesante e una sfida ancora più radicale: non si dà talvolta il caso di agenzie educative che tali si chiamano e si presentano, ma che di fatto, non solo non adempiono ad un ruolo formativo, ma finiscono per diseducare, per rovinare e destrutturare la personalità morale nei suoi fondamentali valori?

In una simile situazione il già difficile compito educativo della famiglia si fa ancora più complesso e problematico: avrà quindi bisogno di illuminazione e di sostegno, e prima ancora di essere rispettato e difeso nei suoi diritti inalienabili.

Famiglia, comunità ecclesiale_e mass-media

49. Volendo ricordare qualche ambito concreto nel quale la famiglia s’incontra con altre forze educative, accenniamo anzitutto al rapporto della famiglia con la comunità ecclesiale nelle sue diverse componenti e realtà aggregative. Leggiamo nell’esortazione Familiaris consortio: "Il compito educativo della famiglia cristiana ha un posto assai importante nella pastorale organica: ciò implica una nuova forma di collaborazione tra i genitori e le comunità cristiane, tra i diversi gruppi educativi e pastorali..." (n. 40).

In questa linea ci si deve chiedere: sin dove i genitori "delegano" – non solo in parte, ma totalmente – il loro compito agli altri educatori pastorali, dai catechisti ai responsabili dei vari gruppi o associazioni di fanciulli e di ragazzi presenti nelle parrocchie, senza l’adeguata preoccupazione di un necessario collegamento con questi stessi educatori pastorali? E, dall’altra parte, sin dove questi ultimi sono coscienti e s’impegnano, non a sostituire (o a contrastare) il compito dei genitori, ma a prestare la loro collaborazione? L’ormai abituale interrogativo Famiglia, dove sei? risuona come invito e monito per tutti gli educatori, perché siano fedeli rispettosi della necessaria connessione e collaborazione dell’impegno dei genitori.

– Un altro accenno riguarda i mass-media, e in specie questa "grande madre e maestra" che è la televisione: sì, madre e maestra perché "genera e fa crescere" idee, convinzioni, atteggiamenti, stile di vita; in una parola, mentalità e costume. Non è certo necessario qui rilevare la singolare forza d’incisività di questo mezzo di comunicazione sociale e segnalare la povertà culturale e la pericolosità morale dei tanti messaggi veicolati, peraltro abilmente e sistematicamente manovrati da quanti hanno interesse a diffondere ideologie disgregatrici e visioni deformate della vita, della famiglia, della moralità, della religione, non rispettose della vera dignità e del destino dell’uomo: sono cose più che note.

Note sì, ma il cui pericolo viene banalizzato e praticamente dimenticato dalla comune superficialità o dalla consegna passiva di se stessi al messaggio ricevuto. Ora invece il pericolo è "tanto più reale, in quanto l’odierno modo di vivere – specialmente nelle nazioni più industrializzate – porta assai spesso le famiglie a scaricarsi delle loro responsabilità educative, trovando nella facilità di evasione (rappresentata, in casa, specialmente dalla televisione e da certe pubblicazioni) il modo di tenere occupati tempo ed attività dei bambini e dei ragazzi" (Familiaris consortio, 76).

Emerge immediatamente il dovere dei genitori di proteggere i loro bambini e ragazzi dalle "aggressioni" che subiscono dai mass-media, regolandone accuratamente l’uso con autentici criteri educativi e coltivando il dialogo con i figli per una valutazione critica serena e oggettiva. Occorre una forte educazione alla libertà: libertà da un uso soffocante e schiavizzante del mezzo televisivo, libertà di scelta di programmi solo positivi e comunque utili, libertà da una recezione acritica dei suoi messaggi, libertà nel trovare altre forme di tempo libero più sane, più utili e formative fisicamente, moralmente e spiritualmente.

Ancora: i genitori, per garantire la salvaguardia dei propri diritti di ricettori dei messaggi, partecipino anche a forme di associazione degli utenti, che con fermezza intelligente e vigile sappiano esercitare un benefico influsso affinché anche i mass-media siano davvero a servizio dell’uomo e della comunicazione profonda tra le persone.

Senza dire che gli stessi protagonisti a vario titolo dei media, proprio per l’impatto così forte e ampio dei messaggi trasmessi, hanno una gravissima responsabilità perché la famiglia – nucleo sociale di base – e la sua funzione educativa siano positivamente sostenute e non aggredite e demolite!

Il rapporto genitori-scuola

50. Passiamo ora a considerare in modo specifico l’importante rapporto che i genitori devono saper vivere con la scuola. Entriamo evidentemente in un campo assai vasto e complesso, articolato in rapporto all’età e al tipo di scuola. Ci è possibile, almeno ora, sottolineare soltanto alcuni aspetti. E lo facciamo, ancora una volta, nella linea delle povertà e delle sfide.

Rileviamo, anzitutto, che la scuola – come peraltro anche la famiglia – è uno specchio della società: in essa pertanto si riflettono gli aspetti negativi e positivi, le lacune e le risorse, le difficoltà e le speranze della società. E aggiungiamo: la scuola prolunga la famiglia e ne condivide l’opera formativa della persona: e questo sia nel bene che nel male. Ma, come già detto, il rischio che corriamo è di trovarci di fronte ad educatori – i genitori e i maestri o docenti – che faticano a dialogare e a collaborare tra loro: più facile è l’ignoranza reciproca e più pericolosa è la vicendevole conflittualità. E c’è pure il rischio opposto: quello di una specie di complicità problematica, come avviene quando la concezione diffusa della cosiddetta "famiglia affettiva" (per la quale genitori e figli la vivono come una nicchia protettiva e la vita, del figlio in particolare, non può essere turbata da niente perché non entri in conflitto con la realtà) si riflette nella "scuola d’obbligo", caratterizzata – soprattutto negli ultimi dieci anni – dalla presenza di insegnanti che hanno assunto anch’essi un ruolo affettivo nei confronti degli alunni: di qui, anche nella scuola, un interesse smodato verso il benessere del figlio e l’attenzione a che i suoi desideri siano opportunamente coltivati ed esauditi.

Un altro aspetto nel quale si ritrova la "complicità" genitori-insegnanti riguarda l’interpretazione del compito della scuola in una società diventata sempre più economicista, tecnologica, efficientistica e funzionale. Superato il ruolo educativo, alla scuola viene attribuito il compito di preparazione immediata ad uno sbocco lavorativo e non di una formazione integrale che permetta un discernimento del proprio avvenire personale e sociale. La logica dell’efficienza, riassunta con lo slogan "Scuola delle tre I" (inglese, informatica, impresa) e oggi contestata da certi settori, non è forse la proposizione politica di quel che la famiglia si è limitata a chiedere per tanti anni alla scuola?

Sostiamo ora su di un altro dato interessante: l’età scolare dei figli – soprattutto nel momento della preadolescenza e dell’adolescenza – mette allo scoperto il fatto che l’esperienza parentale ha un ruolo centrale nella famiglia. L’essere "genitori" è prima di tutto! E questo ha molteplici implicazioni sul rapporto genitori-scuola. È un rapporto che si fa critico perché fa emergere il rischio educativo con tutto quello che porta con sé, specialmente in materia di valori. È un rapporto che può colmare delle lacune: così, quando i genitori sono "assenti" e "disimpegnati" nel loro compito educativo, la scuola può rivelarsi uno spazio sostitutivo, che offre un contributo – positivo o negativo che sia – alla formazione del figlio. In tal modo la scuola può diventare, di fatto, lo spazio nel quale i bambini e i ragazzi cercano quel che non trovano immediatamente nella famiglia (con una ricerca che può esprimersi anche in maniera violenta) e nel quale vogliono giocare ancora quella che potrebbe essere l’ultima carta per essere "riconosciuti".

La riscoperta dell’essere "genitori", stimolata dalla scuola, conduce a mettere in più chiara luce i diritti e i doveri della famiglia nei riguardi della scuola stessa. Tra i diritti si pone, come prioritario e irrinunciabile, quello di scegliere liberamente per i figli la scuola in conformità delle convinzioni dei genitori stessi. È un diritto che chiede di essere difeso e promosso per giungere finalmente, in un sistema integrato, alla parità – anche economica – tra scuola pubblica e scuola libera. Nell’incontro nazionale delle famiglie italiane a Roma, il 20 ottobre 2001, Giovanni Paolo II ha, ancora una volta, affermato: "Importante e urgente è, in particolare, dare piena attuazione ad un sistema scolastico ed educativo che abbia il suo centro nella famiglia e nella sua libertà di scelta. Non si tratta, come alcuni erroneamente affermano, di togliere alla scuola pubblica per dare alla scuola privata, quanto piuttosto di superare una sostanziale ingiustizia che penalizza tutte le famiglie impedendo un’effettiva libertà di iniziativa e di scelta. Si impongono in tal modo oneri aggiuntivi a chi desidera esercitare il fondamentale diritto di orientare l’indirizzo educativo dei figli scegliendo scuole che svolgono un servizio pubblico pur non essendo statali".

51. E in connessione con i diritti stanno i doveri. E tra questi emerge l’impegno per una presenza attiva nella scuola, evitando ogni delega incondizionata e irresponsabile. Tocchiamo qui un’altra "povertà" e un’altra "sfida", dal momento che la partecipazione delle famiglie alla vita della scuola conosce una grande crisi, tanto che ad un’età giudicata di autonomia del ragazzo (coincidente con l’inizio del triennio superiore) una simile partecipazione risulta pressoché inesistente. Dopo il periodo degli anni Settanta (nascita degli Organi collegiali), attualmente – in genere – soltanto i genitori ideologicamente determinati si mettono nei Consigli di Istituto. I genitori cattolici, poi, appaiono più defilati, se non decisamente assenti. Come favorire, allora, la partecipazione dei genitori alla vita democratica della scuola? Occorre che alcuni genitori prendano loro stessi l’iniziativa, si espongano in prima persona e vadano a cercare gli altri, proponendo momenti di incontro e di giudizio su quanto accade nella scuola. Sarà allora più facile, da parte dei genitori, far cogliere ai figli il significato concreto di una visione cristiana della scuola, aiutandoli ad esercitare, nel dialogo con tutti, la propria capacità critica.

Un problema analogo esiste nella stessa Scuola Cattolica, che pure registra l’atteggiamento di genitori che delegano ogni responsabilità educativa anche religiosa all’istituzione scolastica. Spesso anche da parte dei genitori cattolici c’è l’atteggiamento del "cliente-che-paga", con evidenti difficoltà da parte degli insegnanti religiosi. Occorre che il progetto educativo della Scuola Cattolica sia più esplicito, proprio in rapporto allo "specifico cristiano", e quindi sia più condiviso.

Infine, dal punto di vista pastorale propongo che una piccola équipe dell’Ufficio scolastico diocesano, con l’apporto di laici formati, organizzi nei Vicariati o nelle zone incontri con i sacerdoti e con i responsabili della pastorale familiare per far conoscere la situazione attuale – ossia le novità, le possibilità e i rischi, gli eventuali possibili interventi – del mondo scolastico. La proposta può sembrare piccola e modesta, ma può aiutare a sensibilizzare la famiglia circa i propri diritti e doveri nel campo dell’educazione dei figli e della loro partecipazione al rinnovamento culturale della società.

iv. la preparazione_a "sposarsi in chiesa"

Nell’ambito dell’educazione alla vita come vocazione e missione si situa anche l’importantissimo impegno a prepararsi al matrimonio, e per i credenti a prepararsi a celebrare il sacramento del matrimonio, o come si suole dire a "sposarsi in chiesa". E diciamo subito che anche questo, non meno di altri, è un campo seminato di grosse difficoltà, o, per riprendere il nostro linguaggio, segnato da numerose e gravi "povertà", che suonano come una fortissima "sfida" lanciata alla libertà responsabile dei ragazzi e dei giovani, dei genitori, della comunità ecclesiale e civile.

La pastorale prematrimoniale_è giunta a una svolta storica

52. A titolo d’esempio, per mostrare i notevoli cambiamenti avvenuti in questi ultimi decenni, riferisco, sia pure parzialmente, la "fotografia" scattata dal Direttorio di pastorale familiare della Cei (1993): "Da una parte, il contesto familiare non appare più in grado da solo di trasmettere ai giovani i valori riguardanti la vita matrimoniale e familiare mediante una progressiva opera di educazione e iniziazione. D’altra parte, il generale contesto socioculturale, più che essere di aiuto, si presenta spesso come ostacolo ad un’adeguata comprensione del significato, del valore e delle esigenze della vita matrimoniale e familiare. Anche a livello ecclesiale, le iniziative volte a preparare i fidanzati al sacramento del matrimonio spesso arrivano troppo tardi e in momenti poco favorevoli, non sempre sfuggono al rischio della episodicità e della genericità, faticano ad essere attente al cammino dei giovani fidanzati che molte volte appaiono come "lontani" dalla Chiesa e dalla vita di fede, difficilmente riescono a trasmettere un’adeguata concezione dell’amore e sono in grado di rispondere a quesiti che, se eventualmente posti, sono già stati risolti (ad esempio, sulla castità, sull’esercizio della sessualità, sulla regolazione della fertilità, e persino sull’aborto, sull’unità e sulla fedeltà coniugali)" (n. 39).

Alla fotografia segue una precisa conclusione: "Se questa è la situazione, non sono necessarie altre considerazioni per avvertire come la pastorale prematrimoniale, in ogni sua articolazione, costituisca uno dei capitoli più urgenti, importanti e delicati di tutta la pastorale familiare. Tale pastorale si trova di fronte a una svolta storica. Essa è chiamata a un confronto chiaro e puntuale con la realtà e a una scelta: o rinnovarsi profondamente o rendersi sempre più ininfluente e marginale" (n. 40).

53. Circa questo indispensabile "confronto chiaro e puntuale con la realtà", ritengo utile riferire alcune sintetiche considerazioni, assai spicciole e concrete ma quanto mai illuminanti, che ci sono offerte dal nostro Tribunale Ecclesiastico. A qualcuno potranno sembrare considerazioni "esagerate" o addirittura "sconcertanti", ma è certo che ci stimolano, ci costringono ad uno sguardo e a un impegno coraggiosi.

"Dalle cause di nullità emerge, con grossa evidenza, l’assoluta impreparazione dei giovani alla scelta matrimoniale, impreparazione perché non sanno che cosa vuol dire amare (ossia donazione totale di sé all’altro, attenzione alla ricchezza dell’altro come completamento di sé, fatica nel costruire l’amore ogni giorno, ecc.). Alla base è mancata una vera educazione (non parliamo di informazione) su due punti fondamentali: la lotta all’egoismo, nemico numero uno dell’amore, ossia del dono di sé; imparare ad amare, ossia avere attenzione all’altro, donarsi all’altro, cercare il bene dell’altro. Si tratta di un lento cammino quotidiano che inizia fin dalla nascita e, comunque, fin dai primi anni di vita. Mancando questa educazione e formazione i giovani si abituano ad uno stile di vita incentrato su se stessi, di tipo narcisistico, alla ricerca solo di ciò che soddisfa se stessi, che fa piacere.

Se aggiungiamo a questo fatto la sempre più marcata carenza affettiva dovuta al moltiplicarsi vertiginoso dei divorzi dei genitori, abbiamo i nostri giovani che giungono al matrimonio realmente immaturi e spesso gravemente immaturi sul piano affettivo e psicologico.

Tale immaturità si rivela nelle scelte affrettate, senza criterio, senza riflessione, senza razionalità, dove tutto va avanti per puro sentimentalismo e istintualità. Non meraviglia quindi che il matrimonio diventi solo una scelta di libertà, di possibilità di agire senza controlli, ma senza alcun vero elemento affettivo pronto a donarsi alla persona amata, pronto a sacrificarsi per la persona che si ama e per i figli, pronto a faticare perché cercare il bene della persona amata spesso è davvero faticoso.

Il matrimonio diventa quindi la possibilità di gestire liberamente se stessi, di dedicarsi ai propri hobby, ecc. In questo contesto non fa meraviglia che nel matrimonio non ci sia posto per i figli: essi sono un peso, un onere economico, comportano rinunce e sacrifici a cui non si è preparati né abituati, sono responsabilità pesanti, ostacolano il lavoro e la carriera (questo specie per le donne), impediscono di divertirsi e di vivere in libertà.

Sempre in questo contesto non ha alcun senso la fedeltà coniugale: già ci si è abituati da giovani ad una vita sessuale egoistica, libera, senza freni né remore morali, durante il fidanzamento si è ampiamente consumato il futuro matrimonio al punto che dopo le nozze non vi è neppure alcuna attrattiva sotto questo profilo, ovvio che l’attenzione si rivolga ad altre persone. Si aggiunga che oggi ci si lega sentimentalmente in modo precocissimo, il fidanzamento diventa lunghissimo e il susseguente matrimonio è solo di necessità, è un condizionamento sociale o familiare, ma non vi è amore ed è facilissimo che nascano altri amori.

Ogni caso poi è a sé stante, ma la lettura di base è sempre la stessa: non ci si è formati né al sacrificio, né alla rinuncia, né a superare il proprio egoismo e tanto meno a darsi agli altri. Insomma la grande meta del matrimonio come realtà felicitante è sconosciuta nel processo educativo né la società propone nulla in questo senso se non realtà esattamente contrarie ai valori del matrimonio e della famiglia.

Ci vuole infine molto poco a capire che la maggior parte dei matrimoni che vengono celebrati in chiesa, e quindi di per sé Sacramento, nulla hanno di sacramentale se non la forma esterna: si tratta di matrimoni senza alcuna fede, celebrati per convenzione, per accontentare i genitori, per il fasto e l’esteriorità. Da quel che si ricava dalle nostre cause la Confessione e la Comunione al matrimonio è forse l’unica Confessione e Comunione fatta da adulti. Ed è anche l’ultima, nella maggioranza dei casi.

La scristianizzazione è un fatto obiettivo e reale. Pertanto c’è il vuoto a livello di matrimonio secondo natura, e c’è ancor più il vuoto a riguardo del matrimonio come Sacramento".

La pastorale deve procedere_nel segno della comunione e della missione

54. Forse ci apprestiamo subito a definirla, la descrizione fornita, come "impietosa". Certamente non mancano le "eccezioni", perché la realtà è fatta anche di non pochi giovani che si preparano al matrimonio e a sposarsi in chiesa con coscienza e con responsabilità. Ma il quadro tracciato è reale e non può non lanciare un grido di "sveglia!" alla nostra azione educativa e pastorale: nel senso di imprimervi – dicevamo – "una svolta storica", anzi una vera e propria "conversione" nel senso più forte del termine. È stato scritto che "la preparazione immediata al matrimonio necessita di una correzione a 360°". È esattamente il concetto biblico di conversione!

E siamo così all’impegnativo capitolo del che cosa fare? E ancora una volta siamo costretti ad accontentarci di alcuni veloci spunti di idee e di proposte operative.

Ora nel campo della preparazione al matrimonio cristiano è in questione, ovviamente (ma è necessario non dimenticarlo mai!), la pastorale della Chiesa, che sotto la novità permanente dello Spirito che la anima e sotto la novità delle situazioni storiche in atto deve procedere sempre nel segno della comunione e della missione.

1) Nel segno della comunione, anzitutto. Ciò significa che se gli itinerari di preparazione allo "sposarsi in chiesa" possono godere di una legittima varietà di metodi (CPM e altre esperienze) e di una necessaria flessibilità applicativa in rapporto alle situazioni diverse dei singoli e delle coppie, devono però procedere da un programma comune – nei contenuti e nei tempi – proposto dalla Chiesa locale e condiviso da tutti gli operatori pastorali, a cominciare dai parroci. Infatti, se ogni parroco procede a modo suo nella propria comunità, non solo non testimonia la comunione ecclesiale tipica dell’azione pastorale, ma si fa responsabile di una diversità di trattamento che non poche volte favorisce in alcuni un’insufficiente preparazione al matrimonio.

L’esigenza di una pastorale prematrimoniale nel segno della comunione ecclesiale si fa particolarmente forte a riguardo delle condizioni (umane e di fede) per poter accedere alla celebrazione del sacramento. Ma su questo ritorniamo tra poco.

Ancora, la comunione ecclesiale nella preparazione al matrimonio deve esprimersi e realizzarsi nelle persone responsabili della preparazione al matrimonio: certamente il parroco e i sacerdoti, che per il loro ministero specifico non possono delegare tutto ad altri ma che pure non possono tutto assommare in se stessi (come talvolta avviene); ma altrettanto certamente non solo il parroco e i sacerdoti, perché c’è qui uno spazio, peraltro doveroso, per i laici e in particolare per le coppie di sposi; senza dimenticare, infine, il ruolo partecipativo delle famiglie dei fidanzati e della stessa comunità cristiana come tale.

2) Nel segno della missione, poi. E qui la problematica pastorale della preparazione allo "sposarsi in chiesa" emerge in tutta la sua complessità attuale, ma anche nella bellezza di una proposta evangelica che i nostri giovani hanno diritto di conoscere e di ricevere. Intanto, sappiamo che la missione della Chiesa è l’evangelizzazione, ossia l’annuncio e la testimonianza di Gesù Cristo, perché sia conosciuto, incontrato e seguito: e questo vale anche – e in un modo specifico e forte per il ruolo che assumeranno nella stessa Chiesa – per i battezzati che chiedono il matrimonio.

Così, quanto abbiamo sopra detto circa la pastorale per e con i non credenti e il cammino di iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi trova qui un’applicazione ormai sempre più frequente. Infatti, se è vero che quanti chiedono di sposarsi in chiesa sono sì battezzati ma che hanno perso la fede o ne dubitano o comunque non la vivono, il cammino da proporre non è in primis quello che riguarda il matrimonio, nei suoi diversi contenuti e aspetti, bensì quello dell’annuncio del kerigma o nucleo centrale della fede, l’annuncio cioè della persona viva di Gesù Cristo, Figlio di Dio, morto e risorto, unico salvatore del mondo, presente e operante con il suo Spirito nella Chiesa. E come è possibile un simile annuncio nel giro di pochissimi o pochi incontri?

Comunque solo a partire da e in riferimento alla riscoperta della fede, si potrà procedere dalla prima evangelizzazione all’evangelizzazione che si fa catechesi di presentazione della verità cristiana del matrimonio nel suo fondamentale contenuto di comunità d’amore e di vita, nelle sue caratteristiche di unicità e indissolubilità, e in una maniera particolare nella novità sacramentale portata da Cristo per la santificazione della famiglia e per il suo servizio nella Chiesa.

Una simile catechesi potrà e dovrà ricuperare gli aspetti naturali e umani, e dunque psicologici, sociali e giuridici, del matrimonio: ricuperarli, anche nel senso di mostrare nella grazia di Gesù Cristo il fondamento più solido e la spinta più forte per la vera e piena "umanizzazione" della vita coniugale e familiare.

Un problema pastorale serio

55. È il problema pastorale dell’ammissione o meno a celebrare il sacramento del matrimonio: un problema da affrontarsi alla luce della missione evangelizzatrice della Chiesa, e dunque del significato che il sacramento riceve da Gesù Cristo.

È un problema non facile, ma va affrontato senza paura in una società secolarizzata come la nostra, quando cioè ci si trova di fronte a giovani che, pur chiedendo il matrimonio canonico, dimostrano di non essere disposti a celebrarlo con fede: e ciò avviene o perché vi accedono per motivi che non sono propriamente di fede, o perché sono persone totalmente indifferenti alla fede o che dichiarano esplicitamente di non credere, o perché si trovano in uno stato noto di abbandono della fede.

Questo problema va affrontato in tutta la sua serietà, rifuggendo da facili e comuni posizioni "buoniste" o "equilibriste": sono le posizioni di chi indulge troppo sbrigativamente al fatto che "i sacramenti sono a favore degli uomini" (sacramenta propter homines) e di chi salomonicamente cerca di stare in mezzo – in equilibrio, appunto – tra il "non spegnere il lucignolo fumigante" e il "non dare le perle ai porci".

Serietà significa impegnarsi a dare un giudizio sulle condizioni di fede: infatti, pur sapendo che "nessuno, all’infuori di Dio che scruta il cuore, può misurare la fede di un battezzato e quindi può esprimere un giudizio definitivo sulla sua presenza e autenticità", la Chiesa attraverso i suoi pastori non può esimersi dal "dare un giudizio sulle condizioni di fede di quanti sono chiamati a celebrare con frutto i gesti sacramentali" (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 92).

Certo, "la fede di chi domanda alla Chiesa di sposarsi può esistere in gradi diversi ed è dovere primario dei pastori di farla riscoprire, di nutrirla e di renderla matura". Ma "quando, nonostante ogni tentativo fatto, i nubendi mostrano di rifiutare in modo esplicito e formale ciò che la Chiesa intende compiere quando si celebra il matrimonio dei battezzati, il pastore d’anime non può ammetterli alla celebrazione. Anche se a malincuore, egli ha il dovere di prendere atto della situazione e di far comprendere agli interessati che, stando così le cose, non è la Chiesa, ma sono essi stessi ad impedire quella celebrazione che pure domandano" (Familiaris consortio, 68).

Se operata con giusto spirito di discernimento, la doverosa decisione di non ammettere al sacramento riveste un particolare significato pastorale: costituisce, infatti, "un gesto di rispetto di chi si dichiara non credente, un gesto di attesa e di speranza, un rinnovato e più grave appello a tutta la comunità cristiana perché continui ad essere vicina a questi suoi fratelli, impegnandosi maggiormente nella testimonianza di fede dei valori sacramentali del matrimonio e della famiglia" (CEI, doc. cit., 96).

Nel segno della missione evangelizzatrice della Chiesa emerge anche quest’altro significato importante del matrimonio sacramento. Riscoprendo o approfondendo la propria fede cristiana, quanti si preparano a ricevere il sacramento devono essere aiutati a cogliere la dimensione non solo personale ma anche comunitaria del loro "sposarsi in chiesa": il dono dell’amore nuovo di Gesù Cristo, mentre chiama gli sposi a salvarsi e santificarsi nella loro vita quotidiana, li abilita e li impegna ad un vero e proprio "ministero" o servizio a favore della Chiesa e della società. Il sacramento dà loro un "posto" e un "compito" specifici nella comunità ecclesiale: anch’essi, con tutte le realtà e attività tipiche della vita coniugale e familiare, sono impegnati a costruirsi in "piccola chiesa" o "chiesa domestica" e a partecipare con gli altri cristiani all’edificazione della grande Chiesa. È proprio il sacramento, il dono di Cristo, il fondamento nuovo e originale dell’impegno comunitario – nella Chiesa e nella società – che è affidato agli sposi e ai genitori. In tal senso non può esistere una famiglia autenticamente cristiana che non sia "aperta e impegnata".

Per concludere: chiediamo all’Ufficio diocesano per la famiglia e la vita che nel prossimo triennio elabori una strategia pastorale più puntuale e coraggiosa per il realizzarsi d’una pastorale prematrimoniale capace di affrontare l’attuale situazione sociale-culturale-religiosa nel segno di una più evidente e forte "comunione" ecclesiale e "missione" evangelizzatrice. Si dovrà procedere – in particolare con i necessari incontri tra i sacerdoti e i laici operatori di pastorale familiare – all’analisi delle forze e delle esperienze in atto nella comunità (parrocchiale, vicariale, diocesana), in ordine a sollecitare non semplicemente la continuazione o il miglioramento di quanto si fa, ma la messa in atto di orientamenti e di iniziative nuove. Non c’è, forse, molto da ascoltare per poter agire? Sì, "Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese" (Apocalisse 2,7).

 

 

 

 

 

Parte Quarta

Chiamati a rispondere_alle vecchie e nuove povertà_con una nuova_"fantasia della carità"

56. Famiglia, dove sei? Possiamo riprendere, ancora una volta, questo interrogativo nell’affrontare in modo più diretto ed esplicito e insieme più ampio se non completo il tema delle vecchie e nuove povertà che feriscono, umiliano, fanno soffrire e "disperare" le famiglie oggi, sia in se stesse che in rapporto alla comunità ecclesiale e civile. Sì, perché sappiamo qual è il luogo storico e concreto nel quale la famiglia esiste e vive: non il "paradiso" ma una "valle di lacrime"; e perché sappiamo che la famiglia non può rimanere assente e disertare le sue responsabilità: dev’essere, invece, presente e operante, deve cioè affrontare le vecchie e nuove povertà e, nella misura del possibile, risolverle con una nuova "fantasia della carità", per usare le parole del Papa (cfr. Novo millennio ineunte, 50).

Possiamo anche ispirarci alla parabola evangelica del buon Samaritano che, all’inizio di questa Lettera, abbiamo letto in chiave familiare. Proprio per le vecchie e nuove povertà la famiglia si trova oggi ad essere "spogliata, percossa, lasciata mezza morta" sulla strada della sua esistenza. Per fortuna, dopo l’umiliazione subita con l’indifferenza e l’abbandono del "sacerdote" e del "levita", la famiglia può sperimentare la compassione, la vicinanza, la cura e l’aiuto concreto del "samaritano", e così riprendere speranza e ritornare a vivere. È questa, anche oggi, la reale situazione di tante famiglie colpite e ferite dalle più diverse forme di povertà: è la loro stessa disperazione silente a farsi grido d’implorazione di aiuto per sperare e per vivere!

La famiglia ha bisogno del "samaritano": di tanti buoni samaritani, dal cuore compassionevole, aperto alla vicinanza e alla condivisione, pronto all’aiuto concreto. Più radicalmente, la famiglia ha bisogno del "buon Samaritano", che è Cristo Signore, oggi presente e operante nella sua Chiesa: questa è raffigurata nella "locanda" e nell’"albergatore" cui è stato detto "Abbi cura!" Per la verità, la parabola evangelica non dice direttamente che l’uomo, una volta ricuperata la salute, si è fatto a sua volta disponibile ad aiutare gli altri. Ma proprio questo è il senso della conclusione della parabola, secondo la parola di Gesù: "Va’ e anche tu fa’ lo stesso" (Luca 10,37). Come a dire che la famiglia stessa può e deve essere una buona samaritana, protagonista attiva e responsabile della lotta contro le vecchie e nuove povertà.

È dunque nell’ambito specifico delle nostre comunità cristiane, entro le quali incontriamo le famiglie, che a queste povertà dev’essere data la risposta umana ed evangelica mediante una nuova "fantasia della carità".

i. la Chiesa comunità d’amore

Il nostro punto di partenza non può essere che evangelico. Il "distintivo" che Gesù pensa per i cristiani viene espresso con semplicità e chiarezza durante la cena pasquale: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Giovanni 13,35). Dunque: non si può affatto prescindere da questa precisa indicazione – non è forse il "comandamento nuovo", il "suo" comandamento? – per impostare una pastorale che sia veramente cristiana.

Siamo nella prospettiva evangelica riaffermata e riproposta dal Concilio Vaticano II: mettendo al centro la Parola di Dio (rivelata e fatta carne in Gesù), la comunità cristiana è chiamata (per grazia) e impegnata (per responsabilità): 1) ad accogliere, conoscendola e approfondendola, la Parola (mediante l’insieme delle attenzioni che chiamiamo "evangelizzazione e catechesi"); 2) a pregarla e celebrarla (mediante le varie forme che chiamiamo "liturgia"); 3) a viverla nelle situazioni ordinarie e straordinarie della vita personale e comunitaria (con l’insieme delle attenzioni che chiamiamo "carità").

Situazioni e potenzialità

57. Di fatto le nostre parrocchie sono segnate da una certa attenzione alla catechesi, anche se abitualmente si limitano ad un forte impegno – di persone, di tempo e di risorse – riservato ai soli bambini, mentre poco fanno per i giovani, gli adulti e gli anziani. La liturgia viene regolarmente celebrata, specie quella eucaristica, impegnati come siamo a realizzare e favorire l’osservanza di un precetto della Chiesa e, forse, meno a promuovere la "qualità" della celebrazione!

Nella carità, invece, le nostre parrocchie come tali investono pochissimo! La risposta al comandamento dell’amore viene affidata alla sensibilità delle singole persone, salvo qualche attenzione di intervento per le raccolte di vario genere che vengono attuate. La sensibilità per l’ascolto, l’accoglienza, l’approfondimento, la progettazione di risposte adeguate alle necessità... è così lasciata alla buona volontà di gruppi o di persone che operano normalmente solo a nome proprio, senza il sostegno consapevole della comunità e quindi non in nome della comunità.

A ben pensarci, non è solo un problema di etichette; è invece un problema di corresponsabilità: di quanto viene fatto, la comunità non si sente normalmente responsabile. Spesso neppure ne è a conoscenza. E così, sia la delega che la semplice oblazione possono risolversi in comodi alibi per non prendere pienamente in carico le reali povertà che esistono attorno a noi. Occorre invece prevedere delle risposte che non mirino solo ad attutire momentaneamente il disagio, ma sappiano promuovere un cammino in grado di portare, per quanto è possibile, ad una soluzione definitiva umanamente accettabile.

Gesù è stato chiaro nel colloquio con quel "dottore della legge" che lo voleva mettere alla prova sulla questione del "prossimo": "... "Chi di questi tre (il sacerdote, il levita, il samaritano) ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?". Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Va’ e anche tu fa’ lo stesso"" (Luca 10,36-37).

Anzi, Gesù è stato drastico: a chi non gli ha dato da mangiare, non lo ha dissetato, non lo ha vestito e assistito... chiude decisamente la porta del Regno (cfr. Matteo 25, 41ss). Commentando questo testo evangelico, il Papa si rivolge non soltanto ai singoli cristiani, ma alla Chiesa come tale, rilevando che la fedeltà della Chiesa è in questione proprio sulla carità: "Questa pagina non è un semplice invito alla carità: è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. Su questa pagina, non meno che sul versante dell’ortodossia, la Chiesa misura la sua fedeltà di Sposa di Cristo" (Novo millennio ineunte, 49).

Se leggiamo in modo più penetrante la situazione in atto nella comunità cristiana, come comunità d’amore o comunità dei discepoli di Gesù che "hanno amore gli uni per gli altri", possiamo diventare più fiduciosi e più determinati. In realtà, registriamo non soltanto ritardi, lentezze, lacune, infedeltà nel vivere il comandamento nuovo di Gesù, ma anche disponibilità magnifiche e interventi generosi. La carità di Cristo sboccia, fiorisce e fruttifica ogni giorno nel campo della Chiesa, anche se – come spesso accade – nel silenzio e nel nascondimento: e così tante persone semplici, umili, povere, provate esse stesse, diventano "buoni samaritani" per i molti bisognosi, facendosi protagonisti di gesti innumerevoli, delicati, intensi di amore profondo, di dedizione ininterrotta, di servizio disinteressato, e creando in tal modo nel tessuto ecclesiale e sociale una stupenda rete di solidarietà. Uno "spettacolo", questo, che solo lo sguardo compiaciuto del Padre contempla e ammira!

Ma la fiducia s’accresce e spinge ad essere ancora più determinati e impegnati nella "fantasia della carità" come risposta alle vecchie e nuove povertà, se – come credenti – teniamo desta la consapevolezza che lo Spirito di Cristo è sempre presente nella Chiesa per far scaturire dai nostri cuori "rinnovati" l’impegno della carità verso i poveri e gli ultimi; se ricordiamo che lo stesso "comandamento nuovo" dell’amore sprigiona una grazia, un’energia spirituale che ci sprona senza sosta alla sua quotidiana realizzazione. Sì, il comandamento è legge, ma prima e più ancora è grazia, grazia e beatitudine!

Non mancano, dunque, le potenzialità, le risorse perché la Chiesa sia di fatto "comunità d’amore".

Famiglia e carità

58. Ora, nell’ambito delle povertà e della carità, dobbiamo riferirci in modo privilegiato e specifico alla famiglia, dal momento che famiglia e amore sono naturalmente e indissolubilmente legati. E questo ha un suo importante risvolto proprio nell’ambito della carità come risposta alle povertà. Infatti, qualunque attenzione si possa o si voglia avere per la carità, non si potrà mai prescindere dalla famiglia, sia per capire che per progettare e realizzare. La carità non è forse l’ambiente vivo e vitale in cui la famiglia si muove? La famiglia non è, forse, costituita, animata, gratificata, arricchita... dalla carità?

In questo senso il servizio della carità dovrebbe essere affidato a un gruppo apposito di famiglie: sarebbe il soggetto più adatto a svolgere questo compito così importante, non solo per la soluzione dei problemi esistenti sul territorio, ma anche per mettere in azione le potenzialità e le risorse pastorali che questo servizio è in grado di offrire alla comunità parrocchiale. Un gruppo di famiglie che in alcuni suoi membri dovrebbe costituire la Caritas parrocchiale, l’organismo pastorale che la Chiesa ha pensato e voluto al servizio d’animazione della carità.

Il servizio della carità è pastoralmente essenziale per la vita della comunità, sia per farla esistere come "comunità cristiana" (communio), sia per darle modo di esprimere meglio il suo compito missionario (missio).

Non è difficile cogliere alcuni fondamentali significati della carità. Essa:

– attira le persone: le esperienze fatte, anche recenti, insegnano che i "lontani" sono più facilmente sensibili a questo genere di richiamo;

– interpella: provoca delle domande su quanto conta o non conta per la vita, sul doveroso rispetto dei diritti, sul corretto uso dei beni necessari, come il cibo, la casa, il vestito, il lavoro, la salute, l’istruzione...;

– forma: aiuta a fondare delle scelte di vita indipendenti dal puro contingente, a individuare con coerenza i parametri di un equilibrato tenore di vita, a prendere impegni seri, che comportino anche una consapevole continuità...;

– collega: abitua al gusto della comunità, al sapere lavorare insieme per la stessa finalità, a condividere successi e insuccessi.

Così la pre-evangelizzazione (promozione umana) e l’evangelizzazione possono ricevere dalle proposte di carità un importante contributo per rispondere alle più diverse forme di povertà, da quelle materiali a quelle morali e spirituali.

ii. le povertà_nel "cuore" della famiglia

Dovremmo passare ora a indicare le tante e diverse forme di povertà che incontriamo nella vita personale, familiare e sociale e che attendono la risposta della nostra carità. Ma prima di una qualche "rassegna" (necessariamente incompleta), può essere utile ricordare che la povertà coinvolge, sia pure in modi diversi, il "tutto" della persona, e non semplicemente una parte o una sola dimensione. La persona è coinvolta nella sua costituzione psicofisica, come spirito incarnato – e dunque nell’anima e nel corpo –; nella sua relazionalità, nella rete dei rapporti interpersonali, diventando freno od ostacolo per la vita sociale; nel suo fondamentale legame con Dio, creando non poche volte crisi, dubbi e rifiuti nell’ambito della fede e della preghiera.

Iniziamo dalle povertà che si situano nel "cuore" stesso della famiglia, ossia nella sua struttura costitutiva, nei suoi dinamismi profondi e nelle sue finalità essenziali. La povertà può colpire e di fatto colpisce la famiglia nella sua fisionomia di "comunità di amore e di vita".

La povertà che svuota l’amore

59. La ricchezza della famiglia è data, in un modo tutto speciale, dall’amore. Proprio perché la famiglia è immagine sulla terra di Dio che è Amore, essa – scrive il Papa – "riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la Chiesa sua Sposa" (Familiaris consortio, 17).

Ma se la famiglia non custodisce, non rivela e non comunica l’amore è spogliata della sua ricchezza specifica, dunque è povera, profondamente povera! In un certo senso, è condannata a non vivere. È sempre il Papa a scrivere che "senza l’amore, la famiglia non può vivere, crescere e perfezionarsi come comunità di persone" (Ibid., 18),

E questa è una situazione non affatto rara in famiglia, quando alla ricerca dell’altro subentra la ricerca di sé, o quando il dono di se stessi all’altro si trasforma nel piegare l’altro ai propri interessi, o quando il dialogo viene sostituito dal mutismo, il rispetto dalla forza, la sincerità dalla chiusura, ecc.

Di fronte a questa povertà d’amore, la famiglia è chiamata ad un grande atto di fede. Anche nelle situazioni più difficili, la famiglia ha delle riserve nascoste e imprevedibili capaci di sprigionare nuove energie: con umiltà, pazienza e coraggio è possibile riaccendere l’amore, risanandolo dalle sue ferite e rilanciandolo nelle sue potenzialità. La coppia che si è sposata in chiesa sa che il sacramento del matrimonio influisce in modo permanente con la sua grazia sull’amore degli sposi: è così reso possibile il ricominciare da capo, con fiducia.

60. In particolare, la povertà che svuota l’amore è quella che riguarda l’amore coniugale come amore unico, indissolubile e fedele. Ecco il fenomeno, sempre più diffuso e insieme sempre più accettato acriticamente dalla cultura attuale, delle separazioni, dei divorzi, dei nuovi "matrimoni" tra persone divorziate o con una persona divorziata. È questo un fenomeno che non riguarda soltanto gli sposi, ma che si ripercuote in una maniera particolarmente pesante sui loro figli, sia nel presente che nel futuro; così come interpella non solo la famiglia, ma anche la comunità cristiana e la stessa società civile.

Si tratta qui non tanto di registrare una situazione in atto, quanto piuttosto di interrogarci sulle diverse cause che la provocano, sull’opera di prevenzione che deve essere messa in atto, sul comportamento da assumere nei confronti delle famiglie disgregate.

Riprendiamo di nuovo i rilievi fatti dal Tribunale Ecclesiastico Ligure circa la mentalità divorzista: "Ormai è diventato patrimonio culturale comune e di massa che il matrimonio non è definitivo, ma presenta sempre la possibilità di essere sciolto civilmente con il divorzio. Tale mentalità è ormai penetrata anche negli ambienti e nelle famiglie spiccatamente cristiane: che un figlio si separi e divorzi e si fidanzi di nuovo e si risposi non è piacevole, ma è ormai realtà scontata, acquisita, non preoccupante, quasi ineluttabile. Questa mentalità, radicata nei giovani anche cattolici praticanti e impegnati, fa sì che il matrimonio sia affrontato sostanzialmente come "prova": si spera che vada, ma se non andrà c’è il divorzio, anche se ciò non viene esplicitamente detto... Questo significa che il matrimonio e la vita di coppia sono affrontati senza un vero e serio impegno: per questo, non si dice alla prima ma alla seconda difficoltà, la scelta più semplice e meno faticosa è quella di separarsi. In questo contesto l’esclusione della indissolubilità appare in qualche modo scontata. Ma nello stesso contesto dobbiamo altresì registrare che al primo scricchiolare del matrimonio quasi immediatamente i coniugi si rivolgono, anche affettivamente e sessualmente, ad altre persone. In tal senso i matrimoni falliscono apparentemente perché vi sono delle infedeltà, ma in realtà perché alla base è mancato quell’impegno necessario per costruire insieme un progetto di vita".

Così l’opera preventiva passa attraverso l’educazione all’amore nelle sue note essenziali di amore unico, indissolubile e fedele. Al di là di un’opera di formazione umana al valore della parola data e al senso di fedeltà agli impegni assunti, dobbiamo chiederci: è convinto e abituale per noi sacerdoti e operatori pastorali l’annuncio della Parola di Dio che mostra insieme la serietà, la bellezza e la gioia del disegno divino circa l’indissolubilità del matrimonio? O per paura si preferisce il silenzio?

Che cosa fare per le coppie in difficoltà? Si riservi almeno una duplice attenzione: la prima allorquando è in atto una crisi coniugale, la seconda a crisi risolta negativamente con la separazione, il divorzio e il nuovo "matrimonio".

Ora, quanto alla coppia in crisi, mentre rimandiamo agli accenni già fatti (cfr. n. 38), rileviamo l’opportunità, da un lato, di sviluppare forme delicate e discrete di vicinanza e di sostegno da parte di familiari e amici e, dall’altro lato, di "farsi aiutare" da persone professionalmente preparate nella psicologia e consulenza coniugale.

Quanto poi alle coppie che hanno "risolto" la crisi con la separazione, il divorzio e il nuovo "matrimonio", si deve aprire un importante ed urgente capitolo della pastorale familiare della Chiesa. Il documento da cui attingere la luce della dottrina della Chiesa e insieme le indicazioni giuste e sicure della prassi pastorale è l’esortazione Familiaris consortio: vi si trova una trattazione ampia e dettagliata, precisa e concreta. L’esortazione è del 1981, ma è tuttora valida e fresca, anzi lungimirante.

La povertà che mortifica la vita

61. La povertà entra nel "cuore" della famiglia non solo come comunità di amore, ma anche come "comunità di vita". Di qui le diverse ferite e piaghe che colpiscono la vita umana di cui la famiglia è sorgente generatrice, luogo di educazione e via di sviluppo. Come si vede, si snodano, tra le altre, tre direzioni lungo le quali si incontrano non poche povertà oggi: povertà che, ripetiamo, sono una sfida che interpella tutti, ossia le famiglie, la Chiesa e la società.

1) Ricordiamo anzitutto la denatalità, per altro molto forte nella nostra regione Liguria. Una povertà, questa, causata sia dall’egoismo che frena la generosità nel dono della vita ai figli, sia dalla paura e dal rifiuto vero e proprio di dare la vita ricorrendo alle varie forme di contraccezione e di sterilizzazione e all’aborto. Troviamo qui l’esprimersi di una mancanza di speranza nel futuro, dovuta non soltanto a certe situazioni difficili di povertà materiale, di mancanza di salute o/e di lavoro, di disagio psicologico, ecc., ma anche ad una facile concessione all’attuale cultura materialistica e consumistica, al venir meno di solidi valori morali – primo fra tutti quello del senso della vita – e all’affievolirsi se non allo scomparire del senso della provvidenza di Dio nella nostra esistenza.

La povertà che mortifica la vita si esprime ancora in altre forme, come nella sterilità non cercata ma subita. La sofferenza, che per questo è sentita da non poche coppie, spinge al superamento della sterilità per strade diverse: l’adozione, da un lato, e la procreazione medicalmente assistita, dall’altro lato. E l’una e l’altra, anche se per ragioni differenti, pongono non facili problemi: l’adozione quelli di un donarsi maturo e gratuito al figlio adottato da parte della coppia sterile e di un iter adottivo spesso troppo lungo e inceppato da indebita burocrazia; la procreazione medicalmente assistita pone problemi di indole morale.

2) Ricordiamo, inoltre, la povertà legata all’opera educativa dei genitori. E diversi sono i volti di questa povertà: figli caratterialmente e psicologicamente difficili da educare, genitori in vario modo inadempienti al loro compito educativo, dalla mancata trasmissione degli autentici valori della vita al vero e proprio abbandono dei figli. E così aumentano i figli "orfani" in senso affettivo, psicologico ed assistenziale, sia quando sono piccoli, sia nel crescere dell’età: sono i figli di nessuno, anche se i loro genitori vivono. Pure da questa povertà derivano non poche sofferenze e drammi: per i genitori, ma non meno per i figli.

Ora una simile povertà, anche per le profonde ripercussioni sulla vita dell’adolescente e del giovane, sollecita un più forte interessamento da parte della Chiesa nelle sue varie componenti. Mentre esprimiamo la nostra gratitudine e stima a quanto sul nostro territorio compiono i religiosi e le religiose per l’accoglienza dei minori in difficoltà ci dobbiamo interrogare su che cosa tutti noi – sacerdoti, famiglie, scuole, educatori – possiamo fare perché il diritto ad essere amati trovi anche per le persone affettivamente provate un più esplicito riconoscimento e una concreta attuazione.

3) Ricordiamo, infine, la povertà che si connette con la mancanza delle condizioni necessarie per una vita umana degna della persona. Il riferimento qui è a non pochi problemi molto concreti che coinvolgono la famiglia quando mancano il lavoro, la casa, gli alimenti, il vestito, le medicine, la possibilità di pagare luce e gas, l’istruzione, ecc. Si dirà: sono casi rari questi. Si deve dire: sono più frequenti di quanto comunemente non si pensi. Lo sanno bene i sacerdoti e le religiose, la Caritas, la San Vincenzo, i Centri vicariali di ascolto, la Comunità di Sant’Egidio e quanti hanno occhi aperti e cuore spalancato sulle miserie del prossimo.

Di nuovo il grazie a quanto ha fatto e continua a fare il Centro Emergenza Famiglie della nostra Chiesa, è invito a non lasciarci illudere dal benessere economico in atto nella nostra città, perché nella sua logica competitiva e discriminatoria non attenua ma acuisce le sacche di povertà sociali.

iii. le povertà_di certe condizioni di vita

Dare solidarietà e speranza

62. Ci addentriamo ora in tante altre forme di povertà che appesantiscono, quando non sconvolgono e rovinano, la vita quotidiana di tante famiglie. Sono legate a certe condizioni di vita, che sinteticamente si possono ricondurre alla solitudine, all’età avanzata, alla malattia nelle sue più disparate espressioni, all’immigrazione.

Come si può immaginare, si aprono qui le pagine di un grosso volume, nelle quali, ad una prima lettura, si rincorrono continuamente tra loro povertà, sofferenza, disperazione. Ma in questo stesso volume si possono sfogliare anche molte pagine luminose e calde di energie, gesti, iniziative, testimonianze di persone e di istituzioni impegnate a dare solidarietà e speranza.

Nell’impossibilità, almeno ora, di esplicitare in modo più ampio i quattro grandi capitoli delle persone sole, anziane, malate e immigrate, ci restringiamo a riproporre una pagina preparata dalla Caritas. Essa contiene una serie assai ricca di indicazioni, capaci di formare mentalità aperte e generose. Alcune di queste indicazioni potrebbero sembrare marginali, offrono però la possibilità di innescare meccanismi di incontro e di stimolo per una vita comunitaria più viva e coinvolgente.

Ecco alcuni "bisogni" e alcune "risposte":

"bisogni materiali immediati: casa, alimenti, lavoro, indumenti;

bisogni di relazione: organizzare visite regolari ad anziani e persone disabili; organizzare accompagnamento in chiesa e per altre necessità di persone disabili o di anziani soli; favorire l’integrazione di stranieri mediante l’incontro, la conoscenza e l’esperienza diretta delle loro tradizioni...; promuovere coinvolgenti occasioni di incontri per contribuire alla reciproca conoscenza ed all’instaurarsi di rapporti di amicizia; favorire l’integrazione pastorale delle persone separate e divorziate;

bisogni sociali: alfabetizzazione e doposcuola per fasce deboli, anche per stranieri; organizzazione di punti di incontro permanenti in locali appositamente gestiti; organizzazione di viaggi e pellegrinaggi; organizzazione di feste e cene; favorire la celebrazione di feste familiari; promuovere feste di particolari gruppi presenti sul territorio, valorizzando il folclore, i cibi, le tradizioni...;

bisogni di conoscenza: far emergere i bisogni con provocazioni mirate: dall’approfondire i problemi che spingono all’emigrazione, ai meccanismi perversi del mercato, ai problemi del gioco, dell’usura, del consumismo; promuovere la conoscenza delle regole del mercato e delle possibilità di correzione, dal mercato alternativo a quello equo e solidale; promuovere la diffusione di idee, notizie ed iniziative in modo appetibile e capillare;

condivisione: istituire una banca del tempo: quello che si può mettere a disposizione e quello di cui si ha necessità; promuovere la costituzione di una banca delle competenze (professionali, artistiche, tecniche,...) che possono essere messe a disposizione della comunità e di particolari necessità; organizzare aiuto per le madri che lavorano o hanno problemi per la cura dei figli; aiuto alle famiglie con persone disabili; invitare alla disponibilità sia per l’affido che per l’adozione; promuovere l’adozione a vicinanza;

utilizzo dei beni: proporre uno stile di vita moderato; proporre la destinazione abituale di una parte dello stipendio per i bisogni più impellenti; collaborare con il mercato equo e solidale; approfondire i temi del risparmio energetico; promuovere una politica di acquisti che favorisca la collaborazione ed il risparmio; con appositi sussidi, invitare alla spesa "intelligente";

uso del tempo: favorire la fruizione di occasioni comuni di distensione intelligente; organizzare nel corso dell’anno momenti di festa aperti a tutti; favorire la conoscenza delle caratteristiche storiche, artistiche, economiche del territorio; proporre tempi di soggiorno continuativo in clima comunitario;

vita di fede: organizzare itinerari di approfondimento di temi particolari della teologia; promuovere la partecipazione alla liturgia di tutte le categorie di fedeli, curando quelle normalmente meno attive, dai bambini ai disabili, facendo i necessari adattamenti e garantendo una partecipazione davvero attiva; favorire la partecipazione attiva alle liturgie di gruppi di stranieri, con attenzione alle loro tradizioni e ai loro usi".

Caritas e Centri di ascolto:_prendete il largo!

63. Già quanto sinora è stato detto ha mostrato quante possibilità sono aperte e quante responsabilità sono affidate alla comunità cristiana perché risponda con una nuova "fantasia della carità" alle vecchie e nuove povertà. E la comunità cristiana è fatta da tutti i suoi membri: singoli e gruppi vari. Ma anche la carità ha bisogno di una sua programmazione.

E per "programmazione" intendiamo non tanto gli interventi e gli strumenti d’intervento: e gli uni e gli altri non mancano, anche se chiedono di essere sempre più migliorati, anzi reinventati. Intendiamo piuttosto la "convinzione" e la "decisione" che devono stare alla base della vita concreta delle nostre comunità cristiane: queste sono, per la loro costitutiva identità, e devono essere, per la loro irrinunciabile responsabilità, "comunità d’amore", d’amore umile e servizievole, sull’esempio e sul comando di Cristo.

Ora è proprio questo il vero problema che rimane drammaticamente aperto: la difficoltà, ampiamente verificata, di convincere ogni comunità della nostra Chiesa a impegnarsi in questa direzione! È un compito pastorale difficilissimo; ma è una sfida che la nostra Chiesa genovese non si può rifiutare di affrontare. Anche perché senza una soluzione a questo problema la possibilità di costruire una pastorale della carità nemmeno vedrebbe la luce.

La saggezza, attenta non solo alla bellezza affascinante dell’ideale ma anche alla fatica della concretezza applicativa, ci chiede di puntare – tutti insieme – su pochissimi bersagli, chiaramente individuati e definiti, con l’impegno poi a capillari verifiche su quanto si sta e non si sta facendo.

In rapporto al servizio della carità, tre sono le attenzioni necessarie: il consiglio pastorale, la caritas parrocchiale, il centro vicariale di ascolto. Senza ripeterci, rimandiamo a quanto nelle Lettere pastorali degli anni passati è stato proposto in termini operativi molto concreti e puntuali. L’unico problema è quello di passare dalle affermazioni alle realizzazioni. Forse non è inutile ricordare, come stimolo per tutti noi, la parola di Gesù: "Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia..." (Matteo 7,26).

Concludiamo ricordando il particolare valore di evangelizzazione dell’impegno operoso di combattere le diverse forme di vecchie e nuove povertà. Dopo aver affermato che "è l’ora di una nuova fantasia della carità", Giovanni Paolo II continua dicendo: "Dobbiamo fare in modo che i poveri si sentano, in ogni comunità cristiana, come "a casa loro". Non sarebbe, questo stile, la più grande ed efficace presentazione della buona novella del Regno? Senza questa forma di evangelizzazione, compiuta attraverso la carità e la testimonianza della povertà cristiana, l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone. La carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole" (Novo millennio ineunte, 50).

 

 

 

 

 

Parte Quinta

La famiglia e le povertà_del mondo del lavoro
La famiglia è sfidata oggi anche da diverse forme di povertà che essa incontra nel mondo del lavoro e a causa di esso.

Se al lavoro si è deciso di riservare un’intera "parte" di questo Percorso pastorale diocesano è per molteplici ragioni; in particolare, per la singolarissima importanza che il lavoro ha per la vita della persona e della famiglia, come pure per il fatto che tra i tanti ambienti di vita sociale quello del lavoro è l’ambiente non solo più abituale, comune e quotidiano, ma anche più decisivo sia per la costruzione della personalità umana e cristiana, sia per la stessa azione pastorale della Chiesa.

64. Nelle omelie annuali al mondo del lavoro, tenute nella festa di San Giuseppe e al pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Guardia, ho avuto modo di affrontare, da un punto di vista umano ed ecclesiale, i problemi e le speranze del lavoro oggi. Non ho altro che da rimandare a questo magistero nel quale anche l’argomento specifico delle "povertà" del mondo del lavoro ricorre diverse volte. Se ho preferito parlare – specialmente in occasione del Giubileo 2000 – delle "ferite" di cui soffre il mondo del lavoro è perché le ferite, come tali, invocano una guarigione che può venire compiutamente solo da Gesù Cristo Salvatore, "il figlio del carpentiere" (Matteo 13,55).

Chiedo, in particolare, che i Cappellani del mondo del lavoro, anche grazie alle ripetute riflessioni comunitarie fatte in preparazione a questa Lettera pastorale, provvedano essi stessi ad offrire un sussidio per i sacerdoti, le comunità parrocchiali, le famiglie e gli operatori pastorali. Anche con questo sussidio, si potrà meglio raggiungere l’importante obiettivo di far maturare sempre più la convinzione che la pastorale parrocchiale e la pastorale degli ambienti di vita, a cominciare da quello del lavoro, sono profondamente intrecciati tra loro.

65. Presento ora in modo necessariamente sintetico alcuni spunti per favorire una riflessione comune e un’azione conseguente su alcune "povertà" attuali del mondo del lavoro, che sollecitano una nostra più tempestiva e coraggiosa risposta.

1) Povertà è la mancanza di lavoro, specie per i giovani e le donne. La gravità di questa povertà deriva dal fatto che senza lavoro non è possibile vivere, anzi, in un certo senso, non è possibile essere uomo: che ne è dell’uomo, se non ha lavoro? Come scrive Giovanni Paolo II, "il lavoro è un bene dell’uomo –_è un bene della sua umanità –, perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alla propria necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, "diventa più uomo"" (Enciclica Laborem exercens, 9).

Ciò che abbiamo detto del singolo uomo lo dobbiamo ridire anche – e in qualche modo ancora di più – della comunità familiare. Senza lavoro non si può costruire una famiglia e non si può far vivere una famiglia: che ne è della famiglia se non ha lavoro?

Ricordiamo in particolare che il lavoro è la strada più semplice e concreta per proseguire, completandola e approfondendola, quella "socializzazione" che proprio nella famiglia ha il suo luogo privilegiato: "Il lavoro dell’uomo è un fattore essenziale di socialità e di solidarietà; esige e insieme favorisce l’incontro, il dialogo, la comunione e la collaborazione tra le persone; è il contributo più comune, capillare e insieme più necessario alla costruzione e alla vita della società, dalla minisocietà della famiglia alla più ampia convivenza umana. In una parola: è esercizio concreto di carità verso il prossimo" (Omelia al Santuario della Guardia, 12 maggio 2002).

Proprio nell’ambito della "socializzazione" vi è un fondamentale scambio tra famiglia e ambiente di lavoro, sia nel senso che, con il tessuto relazionale vissuto al suo interno, la famiglia prepara e inserisce i giovani nella più ampia e complessa rete di rapporti interpersonali propria del mondo del lavoro, sia nel senso che la relazionalità vissuta nell’ambiente di lavoro ricade positivamente nel contesto familiare. Ora la mancanza di lavoro è "povertà" anche perché minaccia e ostacola direttamente il valore umano fondamentale della comunione e della comunicazione tra le persone.

2) Povertà è, paradossalmente, l’eccesso di lavoro. È il caso di dire: "Non di solo lavoro vive l’uomo...". Infatti, troppo lavoro finisce per restringere o eliminare il tempo dovuto alla famiglia, sia per la crescita della coppia come tale, sia per l’educazione dei figli, sia per altro ancora. Parlo qui non tanto di tempo cronologico, quanto di tempo psicologico. Se la testa, il cuore, le energie sono tutte o quasi nel lavoro, quale spazio può rimanere ancora per la famiglia e per le sue sacrosante esigenze? Non ci sono forse valori più preziosi dei soldi?

3) Povertà è la falsificazione del senso del lavoro. È in questione qui il centro o cuore del lavoro dell’uomo, la sua qualità propriamente umana: certo il lavoro è mezzo di guadagno, ma quando il guadagno viene perseguito nella logica di un’economia fine a se stessa o con una destinazione esclusivamente ludica, il lavoro perde la sua dignità e serietà umana, anzi tende persino ad essere rifiutato, dal momento che al lavoro si preferisce la strada facile del gioco.

È compito dell’opera educativa dei genitori e della scuola inserire i figli nel mondo del lavoro con la preoccupazione primaria di offrire loro il vero senso del lavoro, dando quelle motivazioni che fanno del lavoro un elemento costruttivo della propria personalità in rapporto a se stessi e agli altri. Come ho detto nella citata Omelia al Santuario della Guardia, "La scuola privilegiata dell’educazione al lavoro è la famiglia. Tale educazione non può essere rimandata all’età adulta, dopo l’iter scolastico, e neppure può essere delegata totalmente alla scuola. È invece insostituibile e decisiva la vita in famiglia nello snodarsi dei suoi vari momenti: quello dello studio e del gioco, quelli dell’impegno e del riposo, ma non meno quelli del "servizio". Tutti in casa, anche se in tempi e con forme diverse, devono servire al bene della famiglia e della sua crescita; nessuno, invece, può permettersi di "farsi servire"! Proprio così, nell’umile quotidiano e generoso servizio, ossia lavorando, ci si educa al lavoro e all’amore per il lavoro".

Ma in quante famiglie oggi ci si preoccupa di condividere tra i coniugi e di comunicare ai figli, con la testimonianza di vita prima ancora che con la parola, il vero senso del lavoro? Non è il caso, di fronte a questa latitanza educativa, di riproporre l’interrogativo: Famiglia, dove sei?

4) Povertà è il lavoro umiliato perché se ne negano i diritti o non se ne vivono responsabilmente i doveri. A tale riguardo, ricordiamo che non c’è soltanto il diritto al lavoro, ma anche il diritto a condizioni umane nel lavoro. Ora quest’ultimo diritto viene misconosciuto quando il lavoratore non viene considerato nella sua dignità personale ma trattato come cosa, numero o mezzo. Forse non sono scomparsi o non sono pochi neppure oggi i casi nei quali il lavoratore soffre per questa grave forma di "povertà"!

D’altra parte, anche nel mondo del lavoro ai diritti corrispondono i doveri. In tal senso, il lavoro può essere umiliato non solo da parte dei datori di lavoro per le loro inadempienze o della organizzazione sociale per il suo modo di strutturarsi, ma anche da parte del lavoratore stesso. Ciò avviene quando egli non assolve o assolve male i suoi doveri di presenza, di impegno, di competenza, di formazione, di laboriosità.

Inoltre, diritti e doveri fanno dell’azienda una realtà umana libera e responsabile, anzi la strutturano, secondo la dottrina sociale della Chiesa, come una vera e propria "comunità di persone". In questo modo la "povertà" significa anche mancanza di confronto, di dialogo, di collaborazione, di solidarietà ad ogni livello tra i soggetti del lavoro.

5) Povertà, almeno per il credente, è il lavoro vissuto come semplice realtà secolare, se non addirittura come realtà secolarizzata, ossia realtà che prescinde da Dio o lo rifiuta. In questa prospettiva, gli stessi cristiani, nella loro attività lavorativa, non poche volte fanno l’esperienza di una netta separazione tra fede e lavoro. In diversi casi, più radicalmente, la fede viene interpretata e vissuta come una realtà del tutto insignificante e sterile nei confronti del lavoro stesso. Ma non è e non può essere così per un cristiano: egli sa, infatti, che la fede, se è autentica, interpella e trasforma ogni realtà umana e, quindi, anche la realtà del lavoro, qualificandolo come partecipazione all’opera creatrice di Dio e all’opera redentrice e santificatrice di Gesù Cristo. Ne consegue che il lavoro del cristiano, vissuto nella fede e nella carità, è la via ordinaria e in qualche modo necessaria per la propria santificazione.

Quella fin qui descritta costituisce una seria "povertà" spirituale, che richiede come antidoto una complessa e articolata opera educativa che passa attraverso la predicazione, la catechesi, la presentazione e lo studio della dottrina sociale della Chiesa, il confronto e il dialogo tra i fratelli nella fede. In tutto ciò, la famiglia non ha forse, ancora una volta, un ruolo primario e insostituibile proprio in quanto prima e originaria istituzione educativa? Di nuovo torna provocatoriamente l’interrogativo serio e responsabilizzante: Famiglia "cristiana", dove sei?

6) Povertà è l’ambivalenza che caratterizza il mondo del lavoro quando questo si trasforma in una sorta di pericolosa ambiguità che sfida le singole persone e le famiglie. Non è difficile notare, infatti, come l’esperienza lavorativa sia contrassegnata, da un lato, da molteplici valori ed elementi positivi, che hanno a che fare con la crescita personale, l’incontro, la collaborazione, la condivisione, la solidarietà e, dall’altro lato, conosca anche pericolo, insidie e tentazioni che concernono sia la propria vita personale e familiare, sia l’etica professionale. Basti pensare, ad esempio, al sorgere tra colleghi e colleghe di lavoro di rapporti scorretti perché tendenzialmente esclusivi che minacciano anche la fedeltà coniugale, alla chiusura egoistica tra quanti hanno raggiunto una certa posizione, una certa carriera o un certo benessere a scapito di altre fasce più deboli, alla tentazione del guadagno illecito o del furto, alla slealtà competitiva, alla mancanza di rispetto del più debole e indifeso e così via.

Sono tutte forme di vera e propria "povertà morale", che non può essere accettata e condivisa, pena un radicale impoverimento e svuotamento della dignità di ogni persona e dei rapporti interpersonali e sociali. Si tratta, anche qui, di ritornare ai valori morali autentici della fedeltà, dell’onestà, del rispetto dell’altro, della lealtà, della giustizia. Valori tutti che nella vita quotidiana della famiglia si possono e si devono respirare e trasmettere! Forse però non sempre è così. E ritorna, per l’ennesima volta, la domanda: Famiglia, dove sei?

Quelle sinora segnalate sono alcune delle varie "povertà" che colpiscono il mondo del lavoro, con riferimento alla vita sia familiare che sociale. Nuovamente insistiamo nel qualificarle come "sfide", che sollecitano l’intervento responsabile di tutti – a cominciare dalla famiglia – affinché il lavoro quotidiano sia segnato da una maggiore ricchezza di umanità.

Radicalmente e unitariamente, la sfida che ci attende e ci interpella è quella di "umanizzare il lavoro"! E questa opera di umanizzazione – lo ricordiamo ancora una volta – rientra tra i compiti spirituali e pastorali della comunità cristiana. Sono compiti che raggiungono il loro vertice nella celebrazione dell’Eucaristia, quando il pane e il vino, "frutti della terra e del lavoro dell’uomo", diventano il Corpo e il Sangue di Cristo per la salvezza del mondo: per la salvezza anche del lavoro umano!

29 agosto 2002

Festa della Madonna della Guardia

Indice
Premessa 5

Introduzione. Ancora una volta: alzati e cammina 7

Sulla strada della missione 7

La famiglia, "crocevia" degli ambienti di vita 8

La sfida delle povertà oggi 10

La famiglia: presente o assente? 12

Un percorso sull’arco di tre anni 13

Parte Prima. La famiglia scendeva da Gerusalemme

a Gerico 15

La famiglia e i Tempi Moderni 15

La famiglia derubata, spogliata e lasciata semiviva 16

Chi vede e soccorre la famiglia? 20

Il buon Samaritano della famiglia 21

Gesù affida la famiglia alla sua Chiesa 23

La famiglia torna a vivere e a guarire le ferite del mondo 24

Parte Seconda. L’incontro tra Dio e la famiglia: il cam-

mino di fede 27

I. Le nostre famiglie tra semplice religiosità e fede au-

tentica 28

II. Adulti e fede "adulta" 33

Prendere il largo, oltre l’opera di correzione e di miglio-

ramento 34

Sempre più discepoli della Parola 37

In comunione personale con Cristo Signore 39

Obbedienti al comandamento nuovo della carità 42

Per una fede armonica nei suoi molteplici aspetti 43

III. La pastorale per e con i non credenti 46

I battezzati non credenti e i non battezzati 47

Una preoccupazione pastorale della Diocesi come tale 48

Le cinque tappe del cammino di iniziazione cristiana 50

Fiducia e coraggio 54

IV. L’iniziazione cristiana dei figli 55

L’iniziazione cristiana, la comunità ecclesiale e le famiglie 57

La celebrazione del Battesimo 59

Il completamento dell’iniziazione cristiana in età scolare 64

Parte Terza. La sfida dell’educazione nella vita della

famiglia 69

I. Dalla coppia ai figli 70

Anche la coppia deve educarsi! 70

L’educazione dei figli tra abdicazione e fiducia 73

Dare la vita e dare le ragioni della vita 76

I valori essenziali della vita umana e cristiana 77

La necessità di uno stile 79

II. L’educazione all’amore, all’affettività e alla sessualità 82

Occorre la chiarezza delle idee 83

Educazione e pastorale della Chiesa 85

III. La famiglia e le altre forze educative 86

Famiglia, comunità ecclesiale e mass-media 87

Il rapporto genitori-scuola 89

IV. La preparazione a "sposarsi in chiesa" 92

La pastorale prematrimoniale è giunta a una svolta storica 93

La pastorale deve procedere nel segno della comunione

e della missione 96

Un problema pastorale serio 98

Parte Quarta. Chiamati a rispondere alle vecchie e

nuove povertà con una nuova "fantasia della carità" 103

I. La Chiesa comunità d’amore 104

Situazioni e potenzialità 105

Famiglia e carità 107

II. Le povertà nel "cuore" della famiglia 108

La povertà che svuota l’amore 109

La povertà che mortifica la vita 112

III. Le povertà di certe condizioni di vita 114

Dare solidarietà e speranza 114

Caritas e Centri di ascolto: prendete il largo! 116

Parte Quinta. La famiglia e le povertà del mondo del

lavoro 119






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